Reggia di Caserta: tra sogno e degrado. 

Quello che ieri ho potuto ammirare dopo ben vent’anni mi ha fatto sognare, mi fa sentire orgogliosa, mi fa essere grata di essere nata in questo Paese che è tappezzato di opere d’arte e dove “ti giri, ti giri” trovi reperti archeologici, scavi, monumenti, opere architettoniche e d’arte.

Siamo il Paese con la maggior quantità di beni culturali al mondo; siamo quelli che fin dalla notte dei tempi hanno esportato i saperi; siamo quelli invidiati in tutto il mondo; siamo quelli che vivono nel “Bel Paese” e siamo i padroni di quel Made in Italy ricercatissimo in ogni campo.

Chi ha visitato la Reggia di Caserta sa bene di cosa parlo e non voglio ripetermi sulla storia e sulle sue caratteristiche ma voglio parlare d’altro.

Ieri sera ero davanti al mio pc a leggere un articolo sulla conservazione dei beni culturali in Francia. E cominciano con il discorso su come quella italiana viene affondata di fronte a tutti gli altri Paesi, e tirano fuori due numeri:

– Il Louvre fattura il 25 % in più di tutti i musei italiani;

– In Italia solo l’1% delle risorse viene speso per la cultura, siamo gli ultimi in Europa.

Non voglio dare giudizi sulle persone e sulle autorità che ci governano, perché se andiamo a vedere l’Italia e piena di casi del genere. Ma come si fa? Come si fa a non rendersi conto che potremmo vivere solo di cultura in questo Paese? Che basterebbe fare una semplice manutenzione ordinaria per non far cadere in malora tutto? Da Roma e Pompei, a tutte le meraviglie che abbiamo. Che il ministro ai beni culturali dovrebbe essere quello più importante? Che se volessimo potremmo toglierci di dosso la nomea di imbroglioni, scansafatiche e “Pizza, Mafia e Mandolino”?

Una frase di Le Corbusier racchiude la situazione:

“Tutto in Italia è crollato. L’Italia per me è un cimitero in cui i dogmi che furono la mia religione imputridiscono per terra. Era credibile una tale ecatombe?”

Io non smetto di credere che tutto possa cambiare, e a lottare perché ciò avvenga.

Provenza: profumo di Lavanda

Amo i lunghi viaggi in auto e per questo, quando c’è una meta lontana e i chilometri da fare in autostrada sono tanti, è sempre bello scovare qualche luogo lungo la strada dove fermarsi e scattare foto. Il risultato è un viaggio che ha sempre una meta definita, ma poi si arricchisce sorprendentemente dei luoghi scelti per la sosta.

Ero già stata due volte in Provenza, ho l’occasione così di tornarci una terza volta per motivi di lavoro, ma nella stagione della fioritura della lavanda.

Decido con i miei colleghi un itinerario che non toccherà le grandi città, già visitate precedentemente, ma solo i borghi che si sviluppano intorno al Plateau di Valensole. Con l’aiuto delle guide e di un sito specializzato con ottimi suggerimenti di itinerari preparo questo viaggio senza mettere in conto il gran caldo che ha invaso l’Europa in questi giorni.

Arriviamo da Parigi a Marsiglia in un’ora e mezza di volo, e da lì con un auto presa a noleggio  e dopo una buona colazione comincia il nostro tour in direzione Aix-en-Provence. A Nizza lasciamo l’autostrada e percorriamo la Route Des Alpes, costeggiando per un tratto il fiume Le Van. Ci godiamo gli scenari mozzafiato tra le montagne e il fiume con il sottofondo delle canzoni dei Pink Floyd. A pochi chilometri da Castellane ci colpisce l’azzurro intenso del lago di Castillon. Non si può fare a meno di fermarsi ad ammirare il panorama e scattare qualche foto.

Sul paese domina la roccia con la Chappelle Notre Dame Du Roc raggiungibile a piedi. Passeggiamo per le stradine con i tanti negozi che vendono prodotti tipici della Provenza. E’ un borgo medioevale con una torre ottagonale, una chiesa, un ponte e una fontana, la torre ottagonale dalla quale si dovrebbe godere di un bel panorama non possiamo visitarla perché in manutenzione.

Lasciamo Castellane per raggiungere Aix attraversando le Gole del Verdon. Qui cominciano gli scenari dei Canyon millenari che caratterizzano questa zona, l’azzurro intenso del fiume Verdon spicca tra i colori delle rocce erose dal mare. Ogni tanto ci fermiamo per immortalare questi fantastici panorami. Poco dopo Rougon c’è un punto panoramico mozzafiato, il Point Sublime. Si lascia l’auto al parcheggio e si percorre un tratto di dieci minuti a piedi, il sole cocente di mezzogiorno rende faticosa la camminata. Arriviamo stanchissimi alla terrazza che si affaccia su un bellissimo tratto delle gole. Merita la fatica fatta.

Arriviamo ad Aix-en-Provence a metà giornata per prendere possesso dell’appartamento che sarà il nostro punto di partenza anche per le gite dei giorni successivi.

Aix è una cittadina tranquilla e dall’atmosfera “giovane”. L’appartamento scelto in Place Mollis è in posizione perfetta; il centro si raggiunge a piedi, ma allo stesso tempo abbiamo un parcheggio per l’auto che ci serve nei giorni di escursione.

Nel nostro primo giorno in Provenza prendiamo confidenza con la città girando un pò per le vie principali. Una delle scoperte più gioiose è stata la “Gelateria Giovanni”, sul corso principale, che offre ai francesi e ai turisti un gelato davvero eccellente proposto con gusti ed ingredienti di alta qualità italiana. Aggiungo anche la biscotteria “La cure gourmande”, un paradiso di dolcetti di pasta frolla con tanto di degustazione prima dell’acquisto.

In serata ci accoglie un fortissimo temporale ma sarà la prima ed unica pioggia del nostro viaggio; quel temporale ha completamente pulito il cielo e i giorni successivi ci hanno regalato un meraviglioso cielo azzurro. Un azzurro senza foschie che ha dato alle giornate una luce incredibile ed ha reso senza dubbio più straordinari i colori dei luoghi visitati. Quella luce è ciò che più mi ha colpito della Provenza. Ed infatti dicono che sia proprio per quella “luce” che molti pittori scelsero la terra provenzale come luogo in cui creare i loro famosi dipinti, soprattutto Claude Monet e Vincent Van Gogh.

Il centro è da visitare con il naso all’insù per apprezzare l’armonia delle architetture e i colori dei palazzi. Vale anche la pena girare nelle piazze e per i mercatini, dove si trovano i profumatissimi prodotti della campagna: non solo lavanda, ma anche miele e prodotti agricoli freschissimi della zona.

Il secondo giorno, dopo aver staccato da lavoro, nel pomeriggio siamo di nuovo in auto per il primo giro di esplorazione. Sulla strada che porta a Valensole cominciano i primi campi di lavanda. Distese di campi dai colori intensi che vanno dal blu al viola. Estasiati ci fermiamo per poter sentire anche il profumo intenso che emanano questi fiori. Non mi aspettavo di provare una forte emozione e una eccitazione di fronte a questo spettacolo della natura.

Arriviamo a Valensole e ci fermiamo nella parte alta del paesino, dove c’è la chiesa con la sua torre dell’orologio. Giriamo per le stradine acciottolate, il gran caldo tiene in casa gli abitanti. In auto ci spostiamo nella zona turistica e prima di arrivarci ci fermiamo davanti ad una bottega. Il proprietario ci saluta cordiale e quando intuisce che siamo italiani ci tiene a farci sapere che sua mamma è di Bergamo. Nel negozio ha pochi articoli artigianali fatti da lui, prendiamo un sacchetto di fiori di lavanda. Non ci fermiamo molto a Valensole anche perché è più entusiasmante vedere i campi di lavanda che i negozietti per turisti. Un’altra meraviglia della zona sono i campi di girasoli, poco dopo Valensole ci fermiamo ad ammirarne uno, un’immensa distesa di girasoli con il capo un po’ chino rivolti al sole.

Torniamo ad Aix con un bagaglio ricco di emozioni.

 

Il terzo giorno sulla strada per Gordes cerchiamo di resistere alla tentazione di fermarci a fare foto, ma il nostro proposito viene meno quando ci si para davanti uno scenario stupendo: campi di lavanda alternati a campi di girasole, i colori sono così intensi da sembrare artificiali. Il paesaggio sembra uscito da un quadro, e il profumo della lavanda quasi stordisce.

A malincuore ci rimettiamo in viaggio verso Gordes.

Arrivati a Gordes, bellissimo borgo già visto in un precedente viaggio, si percorre una strada tortuosa fino a raggiungere il parcheggio. A piedi si arriva alla bellissima Abbazia Cistercense di Sénanque, una costruzione circondata da campi di lavanda. La moltitudine di turisti sminuisce il fascino che dovrebbe ispirare questo luogo di pace e silenzio, resta comunque immutata la bellezza dei colori della lavanda con lo sfondo della costruzione millenaria. Dopo aver immortalato lo scenario da cartolina del giardino entriamo per la visita. All’interno si osserva un religioso silenzio e seguendo la guida cartacea visitiamo il dormitorio, la chiesa e il delizioso chiostro su cui si affacciano le sale dove i monaci si radunavano per le loro attività. Alla fine della visita si entra nel negozio dove acquistiamo qualche oggetto di produzione dei monaci.

Girando attorno alla costruzione si raggiunge l’ingresso della chiesa, stanno celebrando la Santa Messa, ci uniamo ai fedeli. E’ trascorso mezzogiorno quando ripartiamo, prossima tappa Roussillon. Sebbene questo borgo l’avessi già visitato in passato ho voluto inserirlo nel viaggio perché ho un bellissimo ricordo dei colori di questa località.

Il paesino arroccato lo si nota subito per i colori delle sue case che vanno dall’ocra al rosso. Lasciata l’auto ci si immerge in una tavolozza di colori che con il sole assumono delle sfumature intense dall’arancione al rosso scuro. Percorriamo il sentiero delle ocre dove la polvere gialla erosa dalle rocce ci imbratta le scarpe, è consigliabile portarsi delle scarpe lavabili, il caldo è soffocante ma vale la pena soffrire un po’ per godere di questo spettacolo della natura. Facciamo il percorso breve e prima di avviarci per le stradine del paese ci gustiamo un ottimo gelato al gusto di lavanda. Il giro del paese lo facciamo percorrendo le strade poco battute dai turisti, dove si possono ammirare le case con le persiane colorate e adornate dai fiori che si stagliano sul rosso dei mattoni.

Facciamo ritorno ad Aix-en-Provence per l’ultima giornata di trasferta, e per rientrare a Parigi da Marsiglia il giorno seguente.

E’ stato un viaggio nelle emozioni, sembra incredibile come questi pochi giorni passati ad ammirare soprattutto lo splendore della natura mi abbiano ritemprato lo spirito.

Tra “Le mille e una notte” e la modernità: Abu Dhabi & Dubai.

 

Viaggiare non è solo una delle mie più grandi passioni. Viaggiare fa parte del mio lavoro.

Probabilmente l’aspetto che amo di più di esso. È così che arriva la convocazione per un progetto di Cooperazione Internazionale per una settimana ad Abu Dhabi e Dubai, città simbolo degli Emirati Arabi ed esempio di modernità unita alla tradizione Islamica.

Questo è il racconto di un viaggio in una terra ricca di oro e tradizioni, dove i profumi delle spezie si mischiano a quelli dei fiori e dove le donne celano la loro femminilità dietro ad un velo che solo pochi hanno l’onore di scostare.

Un ultimo messaggio che il Console ci ha inviato prima della partenza, descriveva così la città e ciò che avremmo visto:

 

“Dubai: o l’hai vissuta o non la conosci. Non puoi inventarla. Vi chiederete come si vive nella città più ricca del pianeta? Beh, se un viaggio ha la capacità di lasciarvi senza parole, figuriamoci viverla! È una città spettacolare nella quale regna il lusso e dove sembra che tutto sia preciso, calcolato e curato nei minimi dettagli. Sta a voi meravigliarvi ed amarla come primo mandato diplomatico. Buon viaggio, ragazze”.

Con queste premesse non potevamo che preparare il trolley e partire!

 

Giunte a destinazione l’impatto visivo con la spettacolare Grande Moschea Sheikh Zayed con le sue cupole di marmo bianco che si stagliano scintillanti nel cielo azzurro è stato emozionante. Visitarla ancor di più. Si entra in una dimensione magica: mosaici floreali, colonne e cupole che affacciano su fontane turchesi. Il richiamo per la preghiera del Ramadan. La devozione con cui uomini e donne, separati nella preghiera, intonano il Corano.  Gli uomini vanno alla moschea togliendosi le scarpe, le donne sotto i lunghi abiti e i veli che lasciano scoperti solo gli occhi indossano però tacchi alti e portano unghie curatissime e coloratissime.

Lo skyline è di impatto, la spiaggia lungo la Corniche è bella e vivibile,  Abu Dhabi ha due cose che mancano alla vicina Dubai: uno splendido lungomare dove passeggiare e andare in bicicletta e l’atmosfera di grande città, di una vera capitale. Il centro con le sue vie squadrate e i tanti palazzi dà l’idea di grande metropoli, capisci che è qui che vengono prese le decisioni importanti.

Abu Dhabi è una città straordinariamente multiculturale, davvero cosmopolita. Solo il 25% degli abitanti sono cittadini degli Emirati, il resto tutti residenti stranieri. Te ne accorgi quando passeggi su Hamdan Street o prendi l’autobus, vedi facce di tutte le razze. Incontri giovani europei in giacca e cravatta (nonostante i 42° di giugno), filippini, indiani e africani del Corno d’Africa con i loro vestiti coloratissimi.

La nostra esperienza da “Le mille e una notte” non poteva essere definita tale, senza aver vissuto un’esperienza indimenticabile tra le dune del Deserto.

Siamo salite a bordo di un fuoristrada che, grazie all’abilità dell’autista, ha scalato le enormi dune dorate facendoci rabbrividire ad ogni discesa. Ma l’emozione più grande è arrivata con il tramonto più bello mai visto nella mia vita. Mentre il sole si addormentava tra le setose onde di sabbia del deserto, tutto si tingeva dei colori del fuoco.

Abbiamo attraversato il deserto sui cammelli, e pranzato in un villaggio berbero salutate da balli tradizionali, e dal thè alla rosa. Il cielo stellato e sconfinato e il silenzio circostante dei soggetti perfetti per i miei scatti.

Il giorno seguente in meno di due ore siamo arrivate nella meravigliosa Dubai, dove le torri dei minareti si confondono tra le altezze sconvolgenti dei grattacieli, e dove la tecnologia ha concesso nuova vita a distese sconfinate di deserto sabbioso.

La nostra nuova avventura inizia con la visione mozzafiato dell’Atlantis The Palm, il più grande luxury hotel di Dubai, costruito su un’isola artificiale a forma di palma, ampia 46 ettari. L’hotel ospita al suo interno il parco acquatico più grande del mondo con le più rare specie di pesci provenienti dagli abissi più remoti. Per vivere un’esperienza indimenticabile è possibile immergersi nella piscina dei delfini e nuotare in loro compagnia; inoltre è possibile scoprire la storia di Atlantide, la città sommersa, nel percorso interattivo che conduce nei meandri della storia tra squali e pesci dai mille colori.

Attratte dal fascino dell’antico quartiere Bastakiya, ricco di gallerie d’arte, musei e ristoranti tipici ci siamo perse nel dedalo di viuzze strette tra le caratteristiche case con le torri del vento per poi approdare nello splendido Souk Madinat Jumeirah. Una fedele ricostruzione di un antico mercato in stile arabo, con canali artificiali,dove viaggiavano le imbarcazioni caratteristiche del luogo, dal quale mentre si passeggia si piò godere della  splendida vista del Burj Al Arab, più comunemente conosciuto come “La Vela”, il terzo hotel più alto del mondo.

Non siamo riuscite a resistere al richiamo irrefrenabile dello shopping e abbiamo deciso di  comune accordo di concederci un veloce tour tra i negozietti caratteristici del souk tra stoffe pregiate, ceramiche colorate e gioielli dallo stile orientale.

L’ultimo giorno siamo invece approdate alla Dubai Marina Walk per una suggestiva passeggiata sul lungomare dove è possibile ammirare una splendida vista dello skyline della città, circondati da numerosi negozietti di artigianato locale e piccoli ristorantini tipici a gestione familiare dove abbiamo assaporato degli ottimi falafel con salsa allo yogurt.

Siamo abituati a pensare a Dubai come un grande parco divertimenti per ricchi, quando invece è alla portata di tutti e dei suoi stessi abitanti; ha una parte storica assolutamente ben tenuta, con un museo che in pochi visitano, ma che racconta la storia del territorio e dell’economia prima che l’Emiro trasformasse questa terra nel suo sogno realizzato di modernità e lusso. L’altro aspetto che mi ha colpito è stato salire in cima al Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo (esperienza che va fatta!) e guardare il panorama sotto di noi, fatto di deserto e di cantieri che ogni giorno guadagnano spazio sul deserto ed espandono la città senza un ordine apparente. L’ho trovato affascinante, come questo Paese.

Piccole regole infrangibili.

Sabaudia, ore 15.15.

Una bambina si siede accanto a me sulla riva e inzuppa la punta del piede  nell’acqua con espressione bramosa. “Non fai il bagno?” le chiedo.

“Non posso, ho appena mangiato, devo aspettare tre ore.”

Ho pensato subito che tre ore erano troppe, un lasso di tempo irragionevole, non avrebbe mai aspettato così tanto. Alla fine avrebbero ceduto e gliene avrebbero abbonata una, come minimo. E ho pensato che era bella la vita, quando era fatta di piccole regole semplici, all’apparenza infrangibili, ma dai contorni mobili.

I regali che a Natale andavano aperti alla mezzanotte, che poi diventavano le undici e mezza se ero stanca, l’eccitazione era troppa, e di aspettare proprio non ne potevo più. A letto alle nove, ma poi mi nascondevo goffamente dietro la porta del salotto per guardare la fine del film, mamma mi vedeva e mi faceva segno di rientrare, mi sistemava sulle sue ginocchia e me ne faceva vedere un altro pezzetto, finché non mi addormentavo lì e a letto mi ci portava lei in braccio al posto di papà. Finisci tutto quello che hai nel piatto, ma poi se non ce la facevo, appena mamma era distratta, mio fratello ne raccattava una forchettata e se la metteva in bocca facendomi l’occhiolino.

E non è passata neppure un’ora, che la bambina mi è schizzata davanti in rincorsa, tronfia, sorriso sdentato e si è buttata a bomba bagnando tutti gli astanti. E così altre due volte, energica e spensierata fino al tramonto.

Ha vinto lei.

Hanno vinto le piccole regole infrangibili dai contorni mobili che ci hanno reso quelli che siamo.

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Giappone I love you. 

Per me ogni viaggio è una meraviglia. Ogni viaggio mi regala qualcosa e, finora, non mi è mai successo di tornare a casa profondamente delusa. Ogni luogo è una miniera, una scoperta. E poi ci sono quei luoghi che si superano, che ti fanno sentire ai confini del mondo, spettatore di un prodigio. Il Giappone per me è stato quel prodigio. Da Tokyo che ti intrappola nei suoi “tentacoli” e non ti lascia più andare. Ai giorni ad Okinawa che oltre quelli ad Hakone sono stati una totale evasione dalla realtà: mare, foreste e stupore. Continuo stupore. Lo stupore che suscitano quei luoghi da cui non ti aspetti nulla perché in pochi li hanno visitati, e dunque in pochi ne decantano le bellezze.

Ti ho visto dipinto di rosa, ci rivediamo in autunno con il rosso sgargiante dei tuoi aceri, Giappone.

Tutto con amore.

Fino adesso ho vissuto forse un millesimo di quello che la vita mi riserva, ma l’ho vissuto così intensamente che se metto insieme i pezzi si spacca il cuore tanto è forte la botta, forse per questo non lo faccio mai. Ma oggi ho deciso di provarci, che a metterne insieme anche solo alcuni mi accorgo di che meraviglia è la vita, con i suoi cerchi magici aggrovigliati che mi hanno portato fino a qui.

Ho amato senza risparmiarmi e ho ricevuto in cambio altrettanto amore e anche il nulla, ho perdonato più volte e più in fretta di quanto meritassero, ho perso più telefoni, treni e aerei di quanti me ne potessi permettere. Mi è capitato spesso di provare una gioia sincera e profonda di fronte ai successi degli altri, e di questo vado molto fiera.

Ho ballato in mezzo ai campi e in fabbriche abbandonate, in riva al mare, sul tetto di una jeep, in un castello francese, in una chiesa sconsacrata, nel salone di un palazzo d’epoca vestita da principessa. Ho conosciuto vagabondi, tossicodipendenti, grandi luminari, manager di successo, politici e ambasciatori, e ho scoperto che siamo tutti più simili di quanto vogliamo credere. Forse è questo che ci spaventa più di ogni altra cosa, l’idea di non essere, in fondo, poi così unici e speciali.

Ho visto il mio nucleo familiare spaccarsi e ricostituirsi in forme diverse e quasi sempre meravigliose; ho cambiato idea milioni di volte e non ho mai preteso, dagli altri, coerenza. Ho scoperto troppo presto l’impotenza di fronte alla perdita di chi ami, ma ho imparato che nella vita tutto passa, davvero tutto.

Ho scoperto che a vedere sempre il bello nelle persone non si perde nulla, che la delusione non varrà mai quanto la possibilità che questa, per non deluderti, finisca per tirarlo fuori, il bello. Ho dato e ricevuto una seconda occasione, anche una terza e una quarta. Ho passato più di una notte sveglia per finire un libro, e suonare il pianoforte.

Ho scritto lettere d’amore e d’amicizia, ho visto il Buddha dormiente, ho suonato Debussy sotto un cielo stellato, mi sono fatta sei ore di pullman in Thailandia con una gabbia di polli e una capra sul sedile di fianco. Ho pianto davanti a centinaia di film che non facevano piangere e ho guardato le stelle sdraiata sul tetto di un bungalow in Malesia.

Ho fatto l’Inter rail quando ancora esisteva l’Inter rail, ho letto le lettere originali scritte da Eisenhower, Kennedy e Johnson quando erano presidenti, ho discusso di politica e del senso della vita, fino a notte fonda con persone di tutte le razze e religioni. Mi è capitato di cambiare idea. Non ho avuto mai mezze misure, mai.

Ricordo ancora il giorno, a quattordici anni, in cui ho capito con certezza di essere un puntino minuscolo in un universo enorme e variegato. Il resto del tempo lo passo a cercare di non dimenticarlo.

Ho detto molti più si che no, di alcuni mi sono pentita, ma magari mi sarei pentita anche dei no. Ho viaggiato in tre continenti diversi per un tempo sufficiente da stamparmene un pezzo nell’anima, mi sono persa e ritrovata centinaia di volte, ho riso fino a non riuscire quasi più a respirare.

Impegnarmi, a fondo. Su tutto. Fare le cose con amore.

Thailandia, la terra del sorriso.

 

Scrivere è sempre stato semplice e liberatorio per me, anche prima di avere un blog.

Ma al ritorno dalla Thailandia, non faccio altro che rimandare questo arduo compito.

Non si tratta del famoso blocco dello scrittore (anche perché io non sono una scrittrice).

Il “dilemma” è che la Thailandia mi ha dato tanto, talmente tanto da farmi sentire come un fiume in piena le cui acque si riversano ovunque. Così non riesco ancora a gestire il vortice di sensazioni provate in questa terra di contrasti.

Non posso dire che questo viaggio mi ha reso una persona diversa, ma sicuramente ha avviato in me un processo di cambiamento interiore.

D’altronde è necessario ridimensionarsi un tantino per avvicinarsi seriamente alla cultura asiatica, così lontana dalle nostre abitudini occidentali.

La prima cosa che mi è stata chiesta appena arrivata a Bangkok? Togliermi le scarpe.

Niente di più semplice per me, che da sempre odio ricevere in regalo pantofole perché puntualmente le faccio finire “in punizione” nell’armadio. I miei piedi amano camminare liberi perché  i propriocettori hanno bisogno di sentire quel che toccano senza intermediari di tessuto.

Mi piace sentire sotto i piedi il pavimento freddo, la sabbia bagnata, gli scogli cocenti per il sole.

Ma in Asia le condizioni igieniche non sono quelle italiane e ci siamo accorte che camminare scalzi non è così semplice (specialmente provando invano a fare uno slalom tra le feci dei piccioni davanti al Buddha di Koh Samui).

I piedi sono considerati la parte impura del corpo e mi piace immaginare che è per questo che vengono mandati in avanscoperta, così che possano trasmettere all’anima quello che sentono.

Perché è proprio così che si vive la Thailandia: a piedi nudi e a cuore scalzo.

E magari anche con i piedi sopra il cuore, come dice Max Gazzè.

La prima grande emozione l’abbiamo sperimentata il secondo giorno a Bangkok, quando inaspettatamente abbiamo ricevuto la benedizione del monaco buddista.

Avere per la prima volta a pochi cm da me un monaco dalle vesti arancio brillante e riuscire persino a rubargli pochi minuti della sua giornata è stata un’emozione indescrivibile.

I monaci trasmettono una quiete inaudita, eppure sono certa che perderebbero gran parte del loro influsso positivo se sradicati dal loro “habitat” naturale per portarli in Occidente. E non solo per una questione religiosa.

Provate ad entrare in un tempio buddista. Vi accorgerete di aver lasciato fuori (insieme alle scarpe) ansie, problemi e preoccupazioni.

Vi accorgerete di essere a cuore scalzo: completamente vulnerabili e incredibilmente sereni, pronti a pregare o semplicemente a provare sincero stupore.

Questo è capitato a me, occidentale battezzata e al tempo stesso affascinata all’inverosimile dalla cultura buddista.

La serenità non è solo nei templi: è in tutta la Thailandia.

Fiori di loto, orchidee, passanti, commercianti, tassisti.. tutto sembra sorridere nonostante la povertà.

Non ho mai visto nessuno litigare o sgomitare per andare di fretta.

E allora mi chiedo perché in occidente la felicità sembra un lusso che nemmeno i ricchi riescono a concedersi?

Ci nascondiamo dietro il fantasma della crisi economica, ma la vera crisi è della società.

Troppe scadenze, troppo egocentrismo, pochi veri sorrisi, poco dialogo, poca condivisione.

Siamo sempre pronti a puntare il dito per accusare l’altro e mai a lavorare su noi stessi.

Oggi, a pochi mesi dal ritorno, avverto una morsa allo stomaco, una strana sensazione mai provata prima: sento che una parte di me è rimasta fortemente ancorata all’Asia.

Non sono tanto le spiagge meravigliose e i paesaggi esotici ad avermi rapito, quanto quella cultura così ricca di contrasti che stavo imparando a conoscere.

In Thailandia ho scoperto che anche chi non ha nulla è capace di offrirti il suo aiuto senza voler qualcosa in cambio, neppure una piccola mancia. Ho scoperto che la condivisione è fondamentale e condividere fa star bene.

Ho scoperto che passare una giornata con Shanti, una bimba thailandese, comunicare esclusivamente col linguaggio degli occhi e vederla sorridere è il ricordo più prezioso che ho portato a casa.

Ho scoperto che guardando una sua foto sul desktop mi posso emozionare così tanto da arrivare a piangere.

Ma io non faccio testo: piango sempre quando mi sorride il cuore.

E ho capito che un bambino cui basta pochissimo per sorridere può racchiudere il segreto della felicità.

Per la prima volta ho preso sul serio un popolare aforisma divenuto ormai un clichè:
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

Adesso sì che ci credo!