Guardare il nemico e vedere un uomo.

Un viaggio in Israele e Palestina, non è mai soltanto un viaggio.

Scorrendo le guide e le immagini per il viaggio che mi appresto a compiere, mi è tornato in mente che non si può mettere piede in quella terra spaccata, torturata, divorata dalle ragioni dell’uno e dell’altro, eppure meravigliosa, senza che qualcosa dentro di noi si spezzi.

Così ho riletto “Con gli occhi del nemico” di David Grossman, per l’ennesima volta, e mi è venuta voglia di condividere il mio pensiero a riguardo.

La natura dei grandi scrittori, artisti, o forse dovrei dire dei “grandi uomini” è di riuscire a vedere dove gli altri non arrivano, per trasportarci in quella dimensione interna che la realtà quotidiana spesso ci fa dimenticare.

E questo accade con gli eventi più insignificanti e con i grandi eventi, una guerra ad esempio. Che spesso ci arrivano attraverso i giornali e la televisione, congelati in grandi stereotipi, impoveriti dalla necessità di trovare un “buono” e un “cattivo”, una vittima e un aggressore. Qualcosa che induca l’opinione pubblica a schierarsi da una parte o dall’altra, riproducendo in scala minore il conflitto anche all’esterno, quando ciò che davvero servirebbe è la lucidità di uno sguardo onnicomprensivo, in grado di cogliere le necessarie sfumature.

Parlo del conflitto israelo-palestinese, così come di mille altre guerre, che siamo tanto abituati a leggere e sentire, da non riuscire nemmeno più a comprendere che dietro una guerra esistono centinaia di diverse ragioni, e ognuna di queste appartiene a una persona diversa, alla sua famiglia. O peggio non gli appartiene più, ma non sa come liberarsene, perché è penetrata a tal punto nel tessuto sociale da non permettergli neppure di pensare che possa esistere un’alternativa.

E il non poter pensare che esista alternativa alla guerra significa non essere in grado di pensare alla pace, di immaginarne i contorni, di coltivare i propri sogni facendo progetti a lungo termine.

Perché la diretta conseguenza di una situazione di conflitto permanente è l’appiattimento di prospettiva futura, la costante paura che non ci sarà un domani dove i propri sogni possano trovare posto e adagiarsi. I sogni restano fluttuanti e si confondono con l’incertezza e la stanchezza, che lentamente si sostituiscono a questi imbrigliandoli in un groviglio di non-emozioni, che è meglio non sentire e non vedere di fronte a tanto dolore.

Questo emerge dal libro di Grossman “Con gli occhi del nemico”, così come da ogni suo romanzo, dove anche quando non parla della guerra è possibile percepirla: Immancabile, tragico scenario di ogni sua storia.

Nell’atro suo libro, “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, Adam è un ragazzo affetto da un disturbo ossessivo, compulsivo. Si tocca le ginocchia, i gomiti in continuazione, lo fa per avere l’illusione di esercitare un controllo sul suo corpo ma la realtà è che ne è totalmente controllato. Trascinato via dalla burocrazia dei suoi gesti. L’unico che riesce a salvarlo è Ofer, suo fratello minore che un giorno gli chiede: “Posso prenderlo io questo gesto, questo tic, così tu ne avrai uno in meno da controllare?”.

Gradualmente si prende addosso le ossessioni di Adam e lo libera.

Quello che l’autore vuole dire è non si può guarire qualcuno senza prendere addosso un po’ del suo male, così come non si può comprendere e spezzare la catena di questo conflitto senza lasciarsi contagiare almeno un po’. Senza permetterci di soffrire, non per gli israeliani o per i palestinesi, ma per le persone dietro di loro. Cambiare prospettiva, spostare il punto di vista dall’esterno verso l’interno per cogliere la tragedia personale che ognuna di queste vittime sta vivendo.

Stalin, che certamente sapeva di cosa parlava, una volta disse che “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. Questa è la ragione per cui ognuno di noi piange leggendo il Diario di Anna Frank ma non versa una lacrima di fronte alle immagini di morte e sofferenza viste ogni giorno al telegiornale. Oggi più che mai abbiamo bisogno di romanzi che riescano, anche solo per un momento, a fermare il flusso continuo di immagini a cui siamo esposti per concentrarci su una storia, su quella singola persona e sulla sua tragedia.

E questo è ciò che Grossman riesce a fare con i suoi personaggi: ridare dignità ad ogni singola vita che questa guerra ha spezzato, dare un volto a ciò che il tempo e l’endemicità di questo conflitto ha reso “numeri.”

Mostrarci che dietro l’armatura, c’è un uomo.

Islanda: un viaggio unico tra terra, cielo, acqua e fuoco

Un viaggio in Islanda è l’alternativa terrestre per chi è alla ricerca di atmosfere lunari.

I suoi paesaggi surreali risultano insoliti, soprattutto per la nostra consuetudine mediterranea. Una sinfonia di elementi naturali che la rendono molto più di un viaggio ma un’esperienza personale, un richiamo primordiale del creato. Una destinazione per gli amanti della natura e delle basse temperature, l’ideale per un’estate alternativa.

Il primo approccio alla diversità di questo paese si avverte appena si atterra: l’aria frizzante e l’escursione termica di venti gradi tra Italia e Keflavìk (capoluogo dello scalo aeroportuale e principale città sulla penisola di Reykjanes) è solo il primo assaggio. Quest’isola non è una meta per turisti inconsapevoli, sceglierla implica una buona informazione pre partenza, eppure la sensazione di stupore innanzi alle lande desolate che circondano l’aeroporto assale tutti, anche l’escursionista più devoto. Chiunque arrivi in Islanda per la prima volta si domanda cosa abbia motivato questo viaggio. Ma la prima impressione è spesso una sintesi imperfetta e l’entusiasmo cresce con la voglia di scoperta.

Il punto di partenza per molti viaggiatori è la penisola di Reykjanes grazie alla sua vicinanza all’aeroporto. Un’area costellata di campi di rocce laviche e sprazzi di erba verde senza alberi, un’apparenza omogenea e ripetitiva ma che mimetizza la stupefacente storia geologica della Terra. Proprio in quest’area corre la frattura tra la placca continentale europea e quella nord americana.

La strada principale e le secondarie lungo la penisola rincorrono un paesaggio apparentemente ripetitivo e malinconico ma che rivela inaspettatamente bellezze arcaiche. Manciate di geyser inquieti e sbuffi dal profondo della terra rianimano gli spazi, fenomeni naturali che creano un’atmosfera dantesca. Imperdibile l’area geotermale di Gunnuhver dove la terra ribolle inquieta ed esala un pregnante odore di zolfo. Un luogo surreale da osservare con attenzione: seguite solo i percorsi indicati e la passerella che conduce ad un punto panoramico del sito, vi sembrerà di giungere all’uscio di Mefisto.

Reykjavik, geolocalizzata al 64° parallelo nord vanta il titolo di capitale di stato più a nord del mondo. Città ordinata e accogliente, vivace e moderna, a misura d’uomo e lontana dalla concezione tipica di grande capitale europea. Una realtà dalla vita tranquilla, perfettamente inserita in un’isola dove la natura fa da protagonista. Per ammirare le attrattive principali si inizia con una passeggiata nel quartiere vecchio della città per lasciare spazio all’ identità modernista nella parte nuova, fiore all’occhiello di Reykjavik.

La Hallgrímskirkja, la chiesa principale in cemento armato, ripropone le forme di una colata lavica dallo spiccato estro nazionalista che omaggia la natura.

L’Harpa, centro congressi e sala concerti è nota in tutto il mondo per la struttura leggera delineata da un elegante gioco di vetri concavi e convessi che proiettano lo spettatore in un luogo dalle parvenze aliene.

Dopo la scoperta della parte sud est del paese e della sua capitale Reykjavík, la bussola punta verso sud ovest seguendo la lunga Ring Road. L’Islanda è idillio e meraviglia ma anche pazienza e volontà, completare il giro dell’isola in soli dodici giorni è una bella impresa. I chilometri scorrono nel tachimetro della 4×4 e dai finestrini si ammira una terra plasmata dai suoi elementi in continuo divenire, una realtà vulcanica ma con tante varianti sullo stesso tema, uno spettacolo che evolve “on the road”. Ogni scorcio meriterebbe una sosta ma per questa prima avventura islandese puntiamo solo ad alcune delle mete appuntate sulla mappa lasciando le restanti al desiderio di un ritorno, sempre più motivato dalla scoperta di questa luna terrestre.
Il percorso scelto che traccia le tappe di questa prima avventura islandese segue verso sud scavallando le impervie aree interne e arriva sino alla costa che affaccia sull’Atlantico tra panorami ancestrali di montagne a picco sull’oceano. Nonostante il periodo estivo e la brezza marina, le cime sono spolverate dal bianco dei ghiacci perenni, un suggerimento della vicinanza di Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d’Europa che domina gran parte della regione meridionale dell’isola, con una superficie due volte lo stato del Lussemburgo. I chilometri percorsi lungo la Hringvegur nella parte meridionale dell’isola, rivelano contrasti inaspettati: vasti delta di sabbia grigia alternano la luminosità delle imponenti lingue glaciali. Le loro sinuosità ci accompagnano sino alla laguna di Jökulsárlón dove la bellezza della natura incanta lo spettatore con i suoi colori freddi. Conosciuta come l’eden dei fotografi, in questo luogo il ghiacciaio s’immerge nell’acqua del mare creando numerosi iceberg che il vento modella con la sapienza di un artista creando delle forme fantastiche. Le tonalità cerulee incontrano il nero della sabbia per poi addentrarsi nelle torbide acque glaciali creando uno scenario unico e suggestivo.

Il viaggio prosegue verso la spiaggia nera di Vik, uno scenario al negativo, con onde bianche che esauriscono la loro furia nella battigia color pece. I faraglioni neri di Reynisdrangur che si stagliano come dita scheletriche di fronte alla costa sono un’attrattiva irrinunciabile per i turisti che nonostante la pioggia intermittente (è considerato il luogo più piovoso di tutta l’Islanda) e la poca luce anche durante il giorno, non rinunciano ad una foto ricordo. La piccola cittadina di Vik, la più a sud di tutta l’Islanda, riscalda le sue stupefacenti e tetre atmosfere con il calore e l’accoglienza delle casette variopinte della sua comunità che non supera i 300 abitanti.

Sostando tre giorni nella zona di Myrdal decidiamo di vedere tre tra le più belle cascate islandesi.

Il giro comincia da Skógafoss.

Immersa nel paesaggio verde del sud dell’Islanda, non lontano dalla cascata di Seljalandsfoss, Skógafoss riversa le abbondanti acque, provenienti dal ghiacciaio Mýrdals, da un salto di 62 m. Ad essa è legata la leggenda di Þrasi: si dice che chiunque si bagni nelle sue acque possa ritrovare un oggetto perduto e a lungo cercato.

Proseguiamo nel pomeriggio verso Seljalandfoss.

È la cascata più famosa d’Islanda. Ciò che la rende unica non è la sua portata d’acqua, ma la possibilità di poter passare dietro alla cascata e di ammirarla da un piccolo anfratto nella roccia.

Dopo aver visitato la parte meridionale dell’isola, la bussola punta verso nord-ovest in direzione dei fiordi occidentali, a un passo dalla Groenlandia. Le ruote scorrono lungo l’asfalto e tritano con forza lo sterrato sempre più ricorrente. Il percorso si adagia alla morfologia dell’area che ricorda una grande chela di granchio: l’Islanda sembra quasi volersi agganciare al Circolo Polare Artico. Si comincia a respirare l’essenza più selvaggia del paese, dove la sinfonia della terra, del vento e dell’acqua disegna le sue forme. Le vie percorribili ricamano i fiordi attraversando i passi montani sino a fiancheggiare il mare. La lentezza del tragitto è il giusto compromesso tra sicurezza e stupore: paesaggi mozzafiato ripagano ogni minuto traballante a bordo dell’auto. Solo in questi momenti è possibile capire che la calma è il segreto per un viaggio in Islanda, capace di rivelarci il meglio della natura circostante e assicurarci dai rischi. Una sfida anche per l’automobilista più impavido: strade sterrate e piene di buche seguono la costa tortuosa tra scogliere frastagliate, torrioni di pietra e macchie di tundra, come le penisole a forma di tridente che si estendono a sud ovest dei fiordi. Spiagge di sabbia finissima e dorata spiccano a contrasto delle scogliere color ebano come le Látrabjarg che si estendono per 12 chilometri lungo la costa con altezze che variano dai 40 ai 400 metri. Minuscoli villaggi puntellano di umanità queste lande desolate come il centro di Hornstrandir o il piccolo villaggio di pescatori di Bíldudalurappollaiato nel Arnarfjörður con vista mozzafiato sul fiordo.

Islanda, realtà a tratti immaginaria capace di trasformare anche la malinconia dei suoi spazi desolati e i toni freddi della sua natura in esperienze suggestive, quasi extraterrestri.
Questa è l’Islanda, un’isola capace di emozionare il viaggiatore grazie alla bellezza austera e al fascino unico ricco di contrasti e suggestioni lunari.

Casa & Famiglia: la mia su matrimonio, figli, Dio, libertà e altre cose poco importanti.

Negli ultimi dieci anni ho cambiato 3 nazioni, 5 città, diversi lavori, e innumerevoli case. Ho fallito 3 relazioni, a patto che una relazione finita debba per forza considerarsi un fallimento.
Mia madre, in compenso, ha smesso di chiedermi quando mi sposo e ogni volta che mi vede mi chiede: “Sei felice, ora?”.
I miei amici di una vita, quando mi incontrano per strada a Avezzano mi dicono: “Sei ad Avezzano.” Con un tono che non è ne’ una domanda, dato
che la riposta è auto-evidente, né uno statement che richieda un qualche approfondimento; ma più che altro una constatazione. Del tipo “Ah ok, sei qui. Brava.”
I miei vestiti sono sparsi per quattro case: quella di mia madre, quella di mio fratello, quella che ho preso a Parigi, e quella dell’anima pia di turno che decide di ospitarmi all’occorrenza a Roma o dovunque mi trovi in quel momento per lavoro.
Ogni tanto viaggio per cercare me stessa. Per fortuna non mi trovo mai.
Siccome tra le altre cose faccio un lavoro importante, le persone spesso chiedono la mia opinione su questo, o quest’altro argomento.
Quando famiglie senza casa occupano spazi sfitti da decenni, istintivamente mi ritrovo a pensare che sia giusto così, poi c’è sempre l’interlocutore di turno che mi dice che “la questione è molto più complicata di così”, e allo- ra io mi dico che sarebbe bello, però, se a volte le cose fossero più semplici, di così.
Quando mi chiedono se sono d’accordo sul matrimonio gay, mi viene subito da ridere all’idea che qualcuno pensi si debba avere un’opinione su una cosa del tutto inopinabile.
E’ come dire “Piove, sei d’accordo?”
Famiglia tradizionale? I miei genitori non sono insieme da che io ho ricordi. Non sono una di quelle che hanno avuto il “trauma del divorzio”, e mi è sembrato piuttosto normale quando entrambi si sono innamorati di altre persone.
La coerenza non è mai stata un mio problema, e diffido profondamente di chi dice “è una questione di principio” e professa coerenza a destra e manca.
Da grande mi vedo ancora appassionata del mio lavoro; sposata, con due figli, e una casa mia. Poi mi ricordo che sono grande. E un po’ mi viene da sorridere.
Il matrimonio lo vedo come una grande festa, con il karaoke stonato e la musica brutta, in cui dire al mondo intero che ho scelto la persona che ho scelto perché la amo, è la migliore per me, e voglio starci tutta la vita. Dietro deve esserci un filmino dove scorrono una serie di foto di dubbio gusto; gli amici stretti devono fare dei discorsi dove raccontano aneddoti ridicoli, dicono che siamo la coppia più bella del mondo, e ci augurano un sacco di felicità; nel frattempo si commuovono e ci commuoviamo anche noi.
Quando mi chiedono se credo in Dio, dico che non lo so se si chiama Dio; ma di sicuro qualcosa c’è. Non so se sia esattamente quello che penso, ma mi piace dirlo e mi pare suoni parecchio bene.
La vera libertà, per me, è la possibilità di scegliere. Chi essere, chi amare, dove vivere, cosa diventare. Chi ha una simile libertà è fortunato. E ha il dovere di tenerlo presente anche nei momenti, tanti, in cui tanta libertà fa paura. E deve tenerlo presente di fronte a chi lascia casa propria, perché tale scelta non ce l’ha, e ne cerca un’altra di casa: quella in cui essere libero.
Famiglia per me è quella di ieri, unita agli amici vecchi e nuovi, e a quella che un giorno costruirò.
Casa? Casa è dove sono io.

Perché le Isole Lofoten cambiano (un po’) la tua vita

L’Artico, il nord Europa, la Norvegia, meta ideale per chi nell’idea di nord geografico scorge qualcosa di più profondo e vasto, sono per tanti aspetti il midollo del viaggiatore, un mezzo immaginario per viaggiare oltre le linee di confine della realtà. Paesaggi vasti e di drammatico impatto, silenzi e vastità e poi la luce artica che pennella i colori del silenzio frusciando discreta ma irremovibile dall’anima – una luce quasi incomprensibile che ti ritrovi ad ammirare osservando le fotografie che porti come ricordo a casa.

Le Lofoten sono sette isole che formano l’arcipelago adagiato sul mar di Norvegia ben 300 km dentro il circolo polare artico. Qui gli spettacolari paesaggi primordiali sono la vita quotidiana di una discreta ma diffusa presenza umana che da almeno novemila anni trasforma queste montuose terre di mare in luoghi di vita e non solo grazie alla pesca ma anche per l’agricoltura dell’area di Leknes, tra le più fertili della Norvegia settentrionale.

Percorrendo la strada da Svolvaer a Eliassen Rorbuer, dove dal 1964, grazie a una signora chiamata Mary il dormitorio dei pescatori di merluzzo è diventato un luogo di accoglienza per viaggiatori curiosi: pensando al colpo di genio avuto da questa donna mezzo secolo fa, si può anche immaginare come era quella Norvegia ancora povera e non ancora sopraffatta dall’Eldorado dell’oro nero, il petrolio che nel 1972 fu scoperto nel Mare del Nord. Insomma, questa signora Mary doveva essere una visionaria: ma come non diventarlo, qui? Da qualche anno, peraltro, il villaggio è “meta” di una colonia di orche che ci hanno donato qualcosa di irripetibile, perché inatteso.

Le Lofoten vanno ben oltre l’idea di «attrazione turistica»: sono una delle rare possibilità ormai raggiungibili da tutti per ricalibrare l’idea del nostro rapporto con la Terra, della nostra presenza: anche qui ci sono coordinate geografiche, ma le isole sono come grandi vascelli del tempo primordiale in grado di portarci ovunque la nostra immaginazione sia capace di osare una meta da custodire per sempre, soprattutto quando, da fine aprile, la luce pervade le ventiquattro ore e offre opportunità in più per godere nel proprio momento di cime innevate, repentini cambi di scenario, remoti angoli dove impensabili spiagge caraibiche vengono bagnate da acque smeraldine ai piedi di imponenti massicci rocciosi, ammirati dalla tranquillità degli abitanti di questo luogo che dobbiamo immaginare consapevoli di tanta bellezza.

Istanbul: l’Oriente a portata di mano.

A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle città occidentali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti storici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo, opere di cui ci si vanta con orgoglio. Qui le rovine convivono con la città. Ed è questo ad affascinare viaggiatori e scrittori di viaggi”

– Orhan Pamuk, Istanbul.

Istanbul è una di quelle città che non puoi spiegare a parole. Sono giorni che scrivo la bozza di questo diario di viaggio e ogni volta che lo rileggo mi sembra sempre che manchi qualcosa. A un certo punto ho capito che il problema non sono io. E’ l’anima della città che non si lascia ingabbiare in un aggettivo. E neppure in tre o quattro. Istanbul la devi annusare nelle bancarelle del Gran Bazar, spiare da una finestra di ferro battuto ricamato, sentire sulla pelle come una salsedine dura a scivolare via, ammirare dal ponte di Galata mentre si tinge di rosa nello stridio felice dei gabbiani. Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. Forse sarà questo mix che la rende così ineffabile. Tre anime in una a volte ben distinte, a volte indissolubilmente legate.

Istanbul non è una città dai confini netti e quindi – secondo me – potrete emozionarvi sia calpestando il suolo europeo che quello asiatico.

 

Hagia Sophia. La basilica, costruita sotto Giustiniano I tra il 532 e il 537 d.C., è un edificio imponente, con ardite prospettiche all’interno, una cupola enorme, materiali preziosi e pregevoli mosaici bizantini (di quelli che si studiano sul libri di scuola ed è davvero emozionante vederli di persona!). Con l’arrivo dei Turchi venne trasformata in moschea e a testimoniare la conversione dell’edificio, vennero aggiunti  i minareti, il pulpito islamico, iscrizioni e i dischi con scritte dorate nelle gallerie.
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Moschea Blu. La moschea del Sultano Ahmet si trova – volutamente, per gareggiare in bellezza e possenza – proprio di fronte al museo di Hagia Sophia. L’accesso è consentito anche ai non musulmani, ma solo in orari prestabiliti (non durante la preghiera), con un abbigliamento decoroso e un comportamento rispettoso della sacralità del luogo. Il nome le deriva dalle migliaia di deliziose piastrelle in ceramica di diverse tonalità di blu che rivestono gli interni, magnificamente illuminati da superbi lampadari. N.B. l’abbigliamento consono è richiesto sia per uomini che per donne. Prima di entrare, degli addetti vi consegneranno teli da mettere sulle spalle o attorno alle gambe (che dovrete riconsegnare all’uscita) e in appositi cesti troverete i sacchetti di plastica per riporre le vostre scarpe (visto che è d’obbligo, nelle moschee, toglierle).
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Yerebatan Sarnici La Basilica Cisterna – costruita anch’essa sotto Giustiniano I – è semplicemente impressionante! La struttura si sviluppa nei sotterranei cittadini, a due passi da Hagia Sophia. Vi basterà percorrere una breve scalinata (prestate attenzione ai gradini scivolosi per l’umidità) per ammirare una cisterna che si sviluppa lungo 140 metri di lunghezza e 70 di larghezza! Davanti a voi, dodici file di 28 colonne alte 9 metri immerse in uno strato di acqua, che sorreggono l’enorme volta. Particolari le tetse di medusa incastonate alla base di due colonne (la loro ubicazione è indicata dai cartelli) che confermano l’impiego di materiali di riuso, probabilmente asportati da edifici vicini. L’illuminazione soffusa e il silenzio creano un effetto quasi irreale quindi cercate di andare al mattino presto o prima della chiusura per evitare che il vociare degli altri visitatori turbino la magia della Basilica Cisterna.
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Grand Bazaar. Il Grand Bazaar è un colorato e profumato mercato coperto dove trovare refrigerio nei giorni di afa o dove ripararsi facendo shopping nei giorni di pioggia (o freddo). Se avete in mente i souk marocchini, scordateveli. Il Grand Bazaar è ordinato, pulito, lastricato e con scritte sulle porte di uscita ben visibili. Insomma: il rischio di perdersi è davvero molto remoto! Consiglio di fare una passeggiata tra le lampade, le ceramiche, le borse e le stoffe ricordandovi – sempre – di contrattare. I prezzi infatti non sono così abbordabili come si possa pensare ma non è escluso qualche buon affare.
All’uscita del mercato ci si trova sul Bosforo. Sulla destra campeggia una moschea mentre di fronte (quasi), il Ponte di Galata che congiunge la parte vecchia con quella nuova della Istanbul Europea.  Leonardo e Michelangelo furono invitati a progettare un ponte che attraversasse il Corno d’Oro ma al Sultano evidentemente non piacque nessuno dei due disegni (gelosamente conservati negli archivi cittadini). Quello che si vede oggi è il 5° ponte di Galata visto che i precedenti sono stati danneggiati da incendi, guerre o rimaneggiamenti e di volta in volta sostituiti. Il ponte è attraversato dalle auto ma ha una zona pedonale molto ampia che permette fantastici scorci sulla città da ambo i lati.
Ovunque, in questa zona a ridosso del ponte, potrete consumare il famoso balık ekmek il panino con il pesce più famoso della città. Il pesce (solitamente lo sgombro) viene grigliato, reso leggermente croccante grazie a un filo d’olio sulla piastra e servito caldo in un fragrante panino (io l’ho provato -è davvero buono – in un localino spartano ma panoramicissimo. Belli satolli, ci siamo diretti verso Piazza Taksim, nel distretto di Beyoglu. Per evitare una salita impegnativa, abbiamo preso un taxi che ci ha lasciati proprio nella piazza dove fa capolinea il T1, il simpatico tram storico che percorre Istiklal Caddesi dal 1912.
Pur di salire a bordo, i turisti sono pronti a stiparsi nelle piccole vetture rosse e sfilano sorridenti nella principale via dello shopping cittadino tra la folla che si apre al passaggio del tram (e qualcuno viaggia anche appollaiato sui gradini o su sporgenze esterne). Imboccate questa vivace via lunga circa 3km, fiancheggiata da bellissimi palazzi art nouveau, art deco e tardo ottomani, e ammirate le boutique, le gallerie d’arte, teatri e cinema, le gelaterie, i bar e i pub. Al civico 175 si trova Sent Antuan Kilisesi (una delle sei chiese cattoliche di Istanbul) dedicata a San’Antonio da Padova.
Oltrepassata la chiesa, poco più oltre, sulla destra, svetterà la bella Torre di Galata, una torre medievale interamente realizzata in pietra chiamata anche Torre dei Genovesi (perché furono loro a edificarla nel 1348). Si può accedere alla balconata circolare – grazie a un comodo ascensore – e ammirare il panorama sulla vecchia Istanbul da un’altezza che supera i 60 metri.
A questo punto, sarete di nuovo sul Ponte di Galata per gustare il calar della sera sul Bosforo.

Far Nord: Norvegia. Fiordi e montagne, villaggi di pescatori e colorate città, lo spettacolo delle Lofoten e la magia del sole di mezzanotte.

Viaggiare è la mia più grande passione, una vera ragione di vita. Viaggio appena ne ho l’occasione, non importa se vicino, lontano, lontanissimo, da sola, o con amici. Negli anni ho creato una mappa su cui annoto tutti i luoghi interessanti che scopro in internet, tv, libri o per sentito dire, e il mio sogno è che piano piano riuscirò a vederne, se non tutti, almeno la maggior parte.

Quella che vi sto per raccontare è la storia di come ho deciso di puntare la bussola verso Nord attraversando in auto tutta la Norvegia e respirando ogni angolo di essa tra fiordi, ghiacciai, foreste e vivaci città, fino alle meravigliose Isole Lofoten oltre il Circolo Polare Artico.

Totale del viaggio ben 4500km, sicuramente non pochi visto che in linea d’aria ne basterebbero meno per raggiungere Rio de Janeiro, Cape Town, Hong Kong o San Francisco. Ma qui non stiamo parlando di aria, stiamo parlando di alcune delle strade più belle e panoramiche d’Europa. In questo modo si riescono a percepire perfettamente i lenti mutamenti di paesaggio, vegetazione, architettura, tradizioni, lingue e cibi da una regione all’altra man mano che i chilometri vanno avanti.

Il programma di viaggio prevedeva in quindici giorni (due di viaggio, volo a/r) di arrivare a Capo Nord, dal paese di Tromso e poi di scendere fino a visitare gran parte delle isole Lofoten e rientrare a Oslo per tornare in Italia mezzo aereo. Dormire nelle casette più o meno dotate di bagno o cucina dei vari campeggi, debitamente prenotati in anticipo. Il tutto con le macchine prese a noleggio.

Durante il viaggio abbiamo percorso le strade della Norvegia rispettando sempre tassativamente i limiti di velocità.

Come dicevo la prima meta è  stata Capo Nord.

La prima tappa di avvicinamento dal campeggio di Tromso verso Alta, 300 km più a nord ci fa prendere un po’ mano con il paesaggio e la strada che varia spesso tra il seguire i continui e sinuosi fiordi ma anche il passaggio tra una valle e l’altra superando qualche altura per poi ritornare a livello del mare. Siamo costretti anche a prendere due traghetti per alcune piccole tratte da dove il paesaggio si osserva meglio ed è affascinante fotografare il tratto di mare, la collina e il più delle volte la montagna sullo sfondo con ancora le chiazze di neve ben visibili. Il tempo è bello, il sole scada gli animi.

Essendo un viaggio itinerante, ogni mattina bisognava ripartire con i propri bagagli e la cambusa, il tutto da ricaricare nelle macchine e spesso alla spicciolata, perché la strada de percorrere ogni giorno era lunga, ma le soste per fare la spesa, fare foto ad ogni angolo di paradiso che ci aspettava dietro ogni curva, imponevano di partire entro le 8, ma non sempre ci si riusciva!

La seconda tappa quindi prevedeva l’arrivo a Capo Nord, 240 km di macchina per arrivarci e di seguito un trekking di sei ore e 18 km per raggiungere l’estremità ancora più a nord della più conosciuta località dove sole la forza delle proprie gambe avrebbe portato a destinazione.

La suggestione di Capo Nord è comunque ineguagliabile, ma gli animi si potrebbero anche smorzare se si dovesse trovare magari nebbia o brutto tempo, da non vedere niente là sulla piattaforma rialzata con la sfera di metallo che rappresenta il mondo. Non è stato il nostro caso fortunatamente, il tempo è stato clemente con noi, a parte il vento che soffiava forte, ma il panorama ce lo siamo gustato tutto. Dopo l’entusiasmo e i soliti gadget degli stemmini con la calamita da acquistare nell’unico negozio di souvenir presente in loco alcuni di noi con buona lena iniziamo il trekking  per raggiungere Knivskjelodden il vero punto più settentrionale del continente. Di certo non è stata solo una passeggiata raggiungere l’estremità del promontorio , infatti solo alcuni sono arrivati per firmare il libro delle presenze, altri dopo 2 ore di cammino hanno fatto marcia indietro, altri non sono neanche partiti. Lode a quelli che hanno portato a termine l’impresa se pur con difficoltà ma con tanta soddisfazione.

La mattina del giorno dopo nuvole basse sui monti e una buona pioggerella rende i nostri scarponi lasciati fuori dalle casette del campeggio di Nordkapp decisamente inutilizzabili e così con le scarpe di ricambio asciutte si riparte con le nostre auto per il trasferimento fino alle Lofoten più a sud.

Prendiamo il traghetto a Melbu per arrivare definitivamente sulle isole Lofoten vere e proprie. Raggiungiamo Svlovaer situata su un porto, la città vive di turismo e di pesca del merluzzo. Qui alloggiamo in tipiche abitazioni di colore rosso. Piccole case o bungalow, il più delle volte situate vicino a un corso d’acqua o sulle rive del fiordo che riflettendosi appunto sull’acqua ne determinano una composizione fotografica che ai miei occhi non poteva certo scappare, e numerose solo state le occasioni per ottenere immagini a mio avviso accattivanti per i miei archivi, oltre naturalmente alle piccole imbarcazioni dei pescatori, gli scenari dei fiordi con quelle montagne non troppo elevate ancora a macchie coperte di neve.

Si riparte, in macchina sempre baciati dal sole, si dice che queste due giornate sulle isole Lofoten siano state le migliori in assoluto, per un’altra giornata di strabilianti paesaggi. Percorriamo tutte le isole finché la strada non finisce. E cioè fino al paese di A, proprio al punto più a sud , non senza continue soste. La prima per visitare il paesino di Henningsvær, incantevole centro di pescatori diviso a metà dal fiume e con le casette rosse.

Ancora una deviazione al paesino di Reine, un concentrato di casette rosse a palafitta sulle rive del fiordo, che il sole del pomeriggio rende incantevole non poteva essere tralasciato assolutamente. Da lì ad A sono veramente pochi chilometri e posteggiamo proprio dove la strada finisce. Procediamo a piedi lungo il sentiero e subito si aprono davanti a noi lo scenario delle rocce a strapiombo e alcune aree verdi, dove ci riposiamo osservando il paesaggio e fotografando quelle rocce così belle con l’acqua che si staglia contro a ogni onda del mare. 

Ripartiamo di buon mattino, ripercorrendo i sette ripidi tornanti, ripassiamo ad Aurland e imbocchiamo la galleria che ci permette di raggiungere Flam. Guardiamo il ridente paesino con un cielo terso e il sole caldo e notiamo tra le montagne una spettacolare cascata. Alcune casette di legno colorate ravvivano il bellissimo paesaggio immerso tra montagne e foreste.Un gruppo di mufloni al pascolo ci saluta e camminando sulla stradina sterrata troviamo il sentiero che si inerpica sul monte della cascata. Quaranta minuti di piacevole cammino e raggiungiamo un punto con vista panoramica sul fiordo di Flam e vediamo partire, giù nella valle, il trenino della Flamsbana. Ammiriamo l’imponente cascata su cui splende un bellissimo arcobaleno. Si sente, da lontano, il suono della sirena della nave da crociera ormeggiata nel fiordo. Scattiamo foto meravigliose e ritornati alla nostra auto riprendiamo il percorso.Poco prima di raggiungere il paesino di Voss incontriamo un’altra spettacolare cascata: parcheggiamo l’auto e la ammiriamo,dissetandoci con la sua acqua purissima. La giornata è calda: 28° e nemmeno una nuvola: Come si suol dire “ il sole bacia i belli”.

Dopo qualche difficoltà ad orientarci nel labirinto di strade e tunnel che circondano Bergen, raggiungiamo il centro città e parcheggiamo l’auto. Ci addentriamo nel caratteristico quartiere di Bryggen,considerato patrimonio dell’UNESCO, con le sue splendide case romantiche in legno colorate, decorate con fiori e lanterne. Camminiamo, ammirando anche i negozietti e i caratteristici pub. Raggiungiamo il famoso mercato del pesce, in centro, aperto 7 giorni su 7 dove troneggiano sulle bancarelle freschi salmoni, merluzzi e aringhe e dove puoi assaggiare panini ripieni di salmone e gamberetti freschi. Visitiamo il duomo di Bergen, dedicato a San Giovanni, assistendo ad un matrimonio celebrato dal pastore luterano. Pranziamo in un ristorantino del centro e nel pomeriggio visitiamo la città universitaria di Bergen, in cui tante bellissime ragazze norvegesi prendono il caffè nel bar universitario. Ritorniamo in centro e andiamo a visitare il castello di Bergen affacciato sul mare, dove sono ormeggiate tante bellissime navi da crociera come la Costa Romantica e la famosa nave norvegese Hurtygruten, che parte da Bergen e fa il giro di tutti i fiordi fino a Capo Nord, impiegando 11 giorni. In serata in piazza a Bergen assistiamo al concerto dell’orchestra sinfonica di Bergen che ci fa emozionare suonando “Il Mattino” di Grieg, musicista nativo di questa città. E’ ormai tardi e non riusciamo a prendere la funicolare che porta sulle alture di Bergen da cui si può ammirare la città al tramonto e fare passeggiate nei boschi ma siamo soddisfatti di quanto ammirato e del bellissimo concerto di musica sinfonica.

Il mattino seguente ci alziamo di buon’ora e ci rimettiamo in macchina. Direzione Preikestolen. Passando per Stavanger, una cittadina piuttosto grande comparata ai centri finora visitati e, forse a causa del tempo uggioso, un po’ anonima, non facciamo soste e decidiamo di prendere direttamente il traghetto per Tau. Sbarcati a Tau, seguiamo le indicazioni che conducono al parcheggio del Preikestolen. Da qui il viaggio prosegue a piedi verso la famosa roccia sporgente la cui fotografia senz’altro compare su tutti i cataloghi riguardanti i fiordi norvegesi. Il percorso presenta dei tratti piuttosto ripidi e rocciosi (consiglio scarponcini da trekking) ma se si è allenati quel tanto che basta, si raggiunge la meta, “il pulpito di roccia” (roccia a picco sul fiordo chiamata così per la sua conformazione) in circa 2 ore – 2 ore e mezza. Benché il sole faccia capolino a sprazzi, il percorso ci regala degli scorci molto suggestivi, soprattutto nell’ultimo tratto, e una volta arrivati in cima, godiamo di un paesaggio senza eguali con vista sul Lysefjord e siamo contenti di essere fra i primi a raggiungere il bordo del pulpito, da cui ci sporgiamo piano piano, 600 metri di strapiombo fanno venire le vertigini a chiunque! In poco tempo la roccia si riempie di turisti e norvegesi che corrono lungo il tragitto, raggiungono la cima e poi tornano indietro. Consumiamo un pranzo al sacco seduti di fronte al magnifico paesaggio di fronte a un laghetto incorniciato dalle montagne circostanti.

Il dodicesimo giorno andiamo alla scoperta di Alesund. La cittadina è da cartolina e gli edifici art decò conferiscono al luogo un fascino molto particolare. Passeggiamo piacevolmente sul molo e quindi per le vie della città e trai suoi edifici, tra cui la particolare chiesa parrocchiale. Di particolare fascino il panorama che si gode dall’Aksla, un punto panoramico sulla collina raggiungibile in meno di 15 minuti e che offre una vista che spazia su tutta la città. Prima di pranzo ci rimettiamo in auto per dirigerci verso la meta finale di oggi: Trondheim. Per motivi di tempo decidiamo di tagliare il passaggio per la Trollstigen Route, una spettacolare strada di montagna, per passare invece per l’Atlanterhasveien, la strada dell’Oceano Atlantico. Dopo aver preso un traghetto per arrivare a Molde e aver mangiato una veloce pizza per placare i morsi della fame, arriviamo a Bud da cui parte la strada sull’Atlantico che, attraverso i numerosi ponti tra diversi isolette, ci porta fino a Kristiansund: la strada è certamente bella, ma forse ci aspettavamo qualcosa di meglio.  Continuiamo quindi la nostra lunga marcia verso Trondheim dove arriviamo alle 19:30.

Partiamo dall’aeroporto di Trondheim in direzione Oslo il tredicesimo giorno dopo ed arriviamo all’ora di pranzo.

Dopo un rapido panino iniziamo la nostra esplorazione della capitale: siamo vicini al Palazzo Reale, in stile neoclassico, da dove inizia Karl Joaus Gate, la via attorno cui si articola tutto il centro.

Vediamo il Parlamento a mattoni gialli (Stortinget) e la cattedrale, non esaltante. Ci dirigiamo quindi verso il Municipio (Radhus), in stile funzionalista, con due torri gemelle: non bello ma particolare. Il nostro giro continua quindi con l’Akershus Castle & Forteess, la cui attrattiva maggiore è la bella vista sul porto. Facciamo una girata, che merita, per l’Aker Bryggen, il vecchio cantiere navale completamente trasformato negli ultimi anni ed ora ricco di locali alla moda e ristoranti. Visitiamo nel pomeriggio il museo delle navi vichinghe per rientrare in serata in hotel. L’idea complessiva che comunque lascia Oslo è di una città al passo con i tempi, estremamente attiva e dinamica, con numerose iniziative e lavori per valorizzare il suo patrimonio artistico e culturale.

Rientro in Italia con ancora negli occhi le immagini di questa vacanza. Un sogno di viaggio che per me rappresenta un nuovo inizio. Le emozioni vissute qui le porterò sempre nel mio bagaglio preferito, quello dei ricordi.

Grazie, Norvegia. Ci rivediamo con l’aurora boreale.

 

Dal mondo reale al mondo virtuale.

Secondo una recente analisi socio-economica, l’era della realtà virtuale non è che all’inizio, ed è una scommessa su cui stanno investendo tutti i principali colossi, da Facebook alla Apple alla Sony; e che è destinata a cambiare radicalmente la nostra percezione della realtà.

“Non è che all’inizio”, penso mentre osservo la coppia seduta al tavolo di fronte a me, ciascuno testa china sull’iphone a scrollare compulsivamente la home di Instagram; e il ragazzino al tavolo accanto, Nintendo 3DS in mano, con la madre che ogni tanto gli schiaffa una forchettata in bocca senza che lui distolga lo sguardo dallo schermo. “Non è che all’inizio” penso, mentre la mia amica mi racconta che lui visualizza e non risponde su whatsapp, però continua a metterle like alle foto su Facebook “e che significa seconde te?”.

La sociologia ci dice che non è vero che con la secolarizzazione decresce l’indice di religiosità nelle persone, altrimenti non si spiegherebbe perché negli Stati Uniti non solo non diminuisce il numero di credenti, ma c’è la più elevata percentuale di persone che passa da una religione all’altra anche più di una volta nell’arco della vita, in una costante, inarrestabile, ricerca spirituale. Il consumo di droga aumenta vorticosamente ovunque, in tutte le fasce d’età, e sono di nuovo in voga gli allucinogeni, ammesso che fossero mai passati di moda. “Non è che all’inizio”. Perché la verità è che a noi, la realtà così com’è, non ci piace. Non ci è mai piaciuta. Non riusciamo a tollerarla (sfido io, non è mica facile). E allora ne costruiamo di nuove.

E non ci piacciamo molto neppure noi stessi. Anzi, nella maggior parte dei casi non ci piacciamo affatto. Prima tutt’al più si mentiva: sul proprio lavoro, sul proprio passato, sul proprio stipendio, si esagerava con il trucco, si esagerava con la palestra. Oggi esiste la possibilità di costruire avatar a nostra immagine e somiglianza, di spacciarsi per questo o per quello in centinaia di chat parallele. Ritoccare foto, tagliare, dimagrire, ingrandire, illuminare. Sempre tutti divertiti, splendenti, performanti. Con un numero di post gloriosi direttamente proporzionale a quanto è buio il periodo che si sta attraversando.

Così, la realtà virtuale diventa la risposta moderna alla costante ricerca dell’uomo di mondi altri. Un tempo l’evasione avveniva su un piano mistico/spirituale; oggi il mondo occidentale  -così come negli anni cinquanta ci rese tutti familiari con l’assioma democrazia=uguale libertà di scegliere tra dieci scatole di cereale e dieci marche di elettrodomestici diversi-  ci offre la libertà di scegliere tra centinaia di identità, realtà, corpi diversi. Se non ti piace il tuo aspetto, ne puoi costruire un altro a colpi di Photoshop e filtri lark; se non ti piace la tua vita, non devi per forza cambiare qualcosa dall’interno, puoi inventarne un’altra ad uso e consumo degli altri.

Distratti dalla retorica allarmistica dell’emergenza migratoria, non ci accorgiamo che è in atto un’altra, ben più pericolosa, migrazione: quella dal mondo reale verso quello virtuale.

Ed è ovvio che questo è soltanto un aspetto della rivoluzione virtuale, i cui effetti positivi sono sotto gli occhi di tutti. La rete offre strumenti ed occasioni di connessione irripetibili, il crescente processo di digitalizzazione ha trasformato il concetto di impresa rendendo possibile la realizzazione di idee e progetti che mai altrimenti avrebbero preso forma, sta progressivamente semplificando la fruizione di beni e servizi e i processi all’interno di pubbliche amministrazioni, banche e aziende – salvo cyber attacchi, si intende – per non parlare dell’estensione dell’accesso alle informazioni grazie a internet.

Negli ultimi anni, tuttavia, ho notato una pericolosa deriva del mondo intellettuale. Fino a qualche anno fa, in ambiente accademico, si parlava di diritti sociali, sistemi politici, forme di governo; oggi si parla di smart cities, google glass e intelligenza artificiale. Come accade con i vari trend, sono saliti tutti sul carro dell’innovazione, e se qualcuno si azzarda ad aprire una crepa in tanto entusiasmo, come è accaduto con Eco, Scalfari o Diamanti, viene immediatamente etichettato come simbolo di una generazione andata che, in virtù di un preteso ‘monopolio della conoscenza’, si ribella all’innovazione un po’ come gli amanuensi si ribellarono all’invenzione della tipografia,  la carta stampata alla televisione, e via dicendo.

Sarebbe bello, invece, se nell’epoca dell’elogio dell’informatizzazione -in cui la rete viene elevata a ‘santuario’ della democrazia diretta e partecipata, si potessero evidenziare i rischi della progressiva trasmigrazione da reale a virtuale al di fuori della cornice dicotomica, tipicamente italiana:  tecno-entusiasti vs nostalgici dei tempi andati.

La questione qui, non è se utilizzare le immense opportunità offerte dalla rete, ma come; e quale sia il limite ed i rischi di un sistema in cui la quantità, spesso, sostituisce la qualità degli stimoli.

Più importanti ancora, a mio avviso, le conseguenze sui rapporti umani. L’illusione generata dalla rete di essere sempre connessi, sempre insieme; ciascuno per conto proprio, lontano dagli altri, in un “non luogo” che non appartiene a nessuno; porta a relazioni dirette ma non empatiche, che alla lunga non fanno che renderci più soli. Comunichiamo senza la cognizione reale degli effetti che ciò che scriviamo hanno sull’altra persona, siamo autoreferenziali e diventa sempre più semplice mentire, lasciare frasi a metà, sparire e ricomparire in una strategia a somma zero che non ha vincitori né vinti. Protetti da troppi schermi che fanno da filtro alle nostre paure, si finisce senza rendersene conto per assumere comportamenti virtuali nel mondo reale, con il rischio di  non mettersi in gioco mai.

E questo spiega le relazioni che non escono mai dalle chat per affrontare la vita vera, l’incapacità di vivere il momento se non per mostrarlo all’esterno, di tollerare opinioni altrui perché la condivisione ha sostituito la discussione e gli sfoghi politico-sociali che non si trasformano mai in azioni concrete. Più, infatti, gli strumenti comunicativi diventano virtuali, immateriali; più si riduce il nostro contatto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità  di intervenire sulla realtà e modificarla. Nell’era del virtuale,  alla coscienza di classe, oramai démodé, va sostituita una “coscienza di luogo”. La necessità, cioè, di costruire tra coloro che vi abitano la consapevolezza di appartenere allo stesso territorio, che diventa spazio fisico di costruzione e progettualità dal quale non solo non bisogna prescindere,  ma da cui è fondamentale partire, prendendosi cura  dello spazio e delle relazioni, per dare forma alla realtà  come la vorremmo.

Uno strumento, quindi, non un fine il virtuale; che se serve a connettere, costruire, creare opportunità, ben venga. Non da eliminare, quindi, ma da utilizzare come ausilio alle relazioni dirette, agli spazi condivisi. Alla realtà reale. Alla vita vera. Di cui dobbiamo prenderci cura, ogni giorno, senza cedere a facili scappatoie.

“Vera!” mi richiama all’ordine la mia amica, “che significa secondo te?”

“Non lo so. Secondo te, siamo più felici?”

“Non lo so.”