Guardare il nemico e vedere un uomo.

Un viaggio in Israele e Palestina, non è mai soltanto un viaggio.

Scorrendo le guide e le immagini per il viaggio che mi appresto a compiere, mi è tornato in mente che non si può mettere piede in quella terra spaccata, torturata, divorata dalle ragioni dell’uno e dell’altro, eppure meravigliosa, senza che qualcosa dentro di noi si spezzi.

Così ho riletto “Con gli occhi del nemico” di David Grossman, per l’ennesima volta, e mi è venuta voglia di condividere il mio pensiero a riguardo.

La natura dei grandi scrittori, artisti, o forse dovrei dire dei “grandi uomini” è di riuscire a vedere dove gli altri non arrivano, per trasportarci in quella dimensione interna che la realtà quotidiana spesso ci fa dimenticare.

E questo accade con gli eventi più insignificanti e con i grandi eventi, una guerra ad esempio. Che spesso ci arrivano attraverso i giornali e la televisione, congelati in grandi stereotipi, impoveriti dalla necessità di trovare un “buono” e un “cattivo”, una vittima e un aggressore. Qualcosa che induca l’opinione pubblica a schierarsi da una parte o dall’altra, riproducendo in scala minore il conflitto anche all’esterno, quando ciò che davvero servirebbe è la lucidità di uno sguardo onnicomprensivo, in grado di cogliere le necessarie sfumature.

Parlo del conflitto israelo-palestinese, così come di mille altre guerre, che siamo tanto abituati a leggere e sentire, da non riuscire nemmeno più a comprendere che dietro una guerra esistono centinaia di diverse ragioni, e ognuna di queste appartiene a una persona diversa, alla sua famiglia. O peggio non gli appartiene più, ma non sa come liberarsene, perché è penetrata a tal punto nel tessuto sociale da non permettergli neppure di pensare che possa esistere un’alternativa.

E il non poter pensare che esista alternativa alla guerra significa non essere in grado di pensare alla pace, di immaginarne i contorni, di coltivare i propri sogni facendo progetti a lungo termine.

Perché la diretta conseguenza di una situazione di conflitto permanente è l’appiattimento di prospettiva futura, la costante paura che non ci sarà un domani dove i propri sogni possano trovare posto e adagiarsi. I sogni restano fluttuanti e si confondono con l’incertezza e la stanchezza, che lentamente si sostituiscono a questi imbrigliandoli in un groviglio di non-emozioni, che è meglio non sentire e non vedere di fronte a tanto dolore.

Questo emerge dal libro di Grossman “Con gli occhi del nemico”, così come da ogni suo romanzo, dove anche quando non parla della guerra è possibile percepirla: Immancabile, tragico scenario di ogni sua storia.

Nell’atro suo libro, “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, Adam è un ragazzo affetto da un disturbo ossessivo, compulsivo. Si tocca le ginocchia, i gomiti in continuazione, lo fa per avere l’illusione di esercitare un controllo sul suo corpo ma la realtà è che ne è totalmente controllato. Trascinato via dalla burocrazia dei suoi gesti. L’unico che riesce a salvarlo è Ofer, suo fratello minore che un giorno gli chiede: “Posso prenderlo io questo gesto, questo tic, così tu ne avrai uno in meno da controllare?”.

Gradualmente si prende addosso le ossessioni di Adam e lo libera.

Quello che l’autore vuole dire è non si può guarire qualcuno senza prendere addosso un po’ del suo male, così come non si può comprendere e spezzare la catena di questo conflitto senza lasciarsi contagiare almeno un po’. Senza permetterci di soffrire, non per gli israeliani o per i palestinesi, ma per le persone dietro di loro. Cambiare prospettiva, spostare il punto di vista dall’esterno verso l’interno per cogliere la tragedia personale che ognuna di queste vittime sta vivendo.

Stalin, che certamente sapeva di cosa parlava, una volta disse che “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica”. Questa è la ragione per cui ognuno di noi piange leggendo il Diario di Anna Frank ma non versa una lacrima di fronte alle immagini di morte e sofferenza viste ogni giorno al telegiornale. Oggi più che mai abbiamo bisogno di romanzi che riescano, anche solo per un momento, a fermare il flusso continuo di immagini a cui siamo esposti per concentrarci su una storia, su quella singola persona e sulla sua tragedia.

E questo è ciò che Grossman riesce a fare con i suoi personaggi: ridare dignità ad ogni singola vita che questa guerra ha spezzato, dare un volto a ciò che il tempo e l’endemicità di questo conflitto ha reso “numeri.”

Mostrarci che dietro l’armatura, c’è un uomo.

Islanda: un viaggio unico tra terra, cielo, acqua e fuoco

Un viaggio in Islanda è l’alternativa terrestre per chi è alla ricerca di atmosfere lunari.

I suoi paesaggi surreali risultano insoliti, soprattutto per la nostra consuetudine mediterranea. Una sinfonia di elementi naturali che la rendono molto più di un viaggio ma un’esperienza personale, un richiamo primordiale del creato. Una destinazione per gli amanti della natura e delle basse temperature, l’ideale per un’estate alternativa.

Il primo approccio alla diversità di questo paese si avverte appena si atterra: l’aria frizzante e l’escursione termica di venti gradi tra Italia e Keflavìk (capoluogo dello scalo aeroportuale e principale città sulla penisola di Reykjanes) è solo il primo assaggio. Quest’isola non è una meta per turisti inconsapevoli, sceglierla implica una buona informazione pre partenza, eppure la sensazione di stupore innanzi alle lande desolate che circondano l’aeroporto assale tutti, anche l’escursionista più devoto. Chiunque arrivi in Islanda per la prima volta si domanda cosa abbia motivato questo viaggio. Ma la prima impressione è spesso una sintesi imperfetta e l’entusiasmo cresce con la voglia di scoperta.

Il punto di partenza per molti viaggiatori è la penisola di Reykjanes grazie alla sua vicinanza all’aeroporto. Un’area costellata di campi di rocce laviche e sprazzi di erba verde senza alberi, un’apparenza omogenea e ripetitiva ma che mimetizza la stupefacente storia geologica della Terra. Proprio in quest’area corre la frattura tra la placca continentale europea e quella nord americana.

La strada principale e le secondarie lungo la penisola rincorrono un paesaggio apparentemente ripetitivo e malinconico ma che rivela inaspettatamente bellezze arcaiche. Manciate di geyser inquieti e sbuffi dal profondo della terra rianimano gli spazi, fenomeni naturali che creano un’atmosfera dantesca. Imperdibile l’area geotermale di Gunnuhver dove la terra ribolle inquieta ed esala un pregnante odore di zolfo. Un luogo surreale da osservare con attenzione: seguite solo i percorsi indicati e la passerella che conduce ad un punto panoramico del sito, vi sembrerà di giungere all’uscio di Mefisto.

Reykjavik, geolocalizzata al 64° parallelo nord vanta il titolo di capitale di stato più a nord del mondo. Città ordinata e accogliente, vivace e moderna, a misura d’uomo e lontana dalla concezione tipica di grande capitale europea. Una realtà dalla vita tranquilla, perfettamente inserita in un’isola dove la natura fa da protagonista. Per ammirare le attrattive principali si inizia con una passeggiata nel quartiere vecchio della città per lasciare spazio all’ identità modernista nella parte nuova, fiore all’occhiello di Reykjavik.

La Hallgrímskirkja, la chiesa principale in cemento armato, ripropone le forme di una colata lavica dallo spiccato estro nazionalista che omaggia la natura.

L’Harpa, centro congressi e sala concerti è nota in tutto il mondo per la struttura leggera delineata da un elegante gioco di vetri concavi e convessi che proiettano lo spettatore in un luogo dalle parvenze aliene.

Dopo la scoperta della parte sud est del paese e della sua capitale Reykjavík, la bussola punta verso sud ovest seguendo la lunga Ring Road. L’Islanda è idillio e meraviglia ma anche pazienza e volontà, completare il giro dell’isola in soli dodici giorni è una bella impresa. I chilometri scorrono nel tachimetro della 4×4 e dai finestrini si ammira una terra plasmata dai suoi elementi in continuo divenire, una realtà vulcanica ma con tante varianti sullo stesso tema, uno spettacolo che evolve “on the road”. Ogni scorcio meriterebbe una sosta ma per questa prima avventura islandese puntiamo solo ad alcune delle mete appuntate sulla mappa lasciando le restanti al desiderio di un ritorno, sempre più motivato dalla scoperta di questa luna terrestre.
Il percorso scelto che traccia le tappe di questa prima avventura islandese segue verso sud scavallando le impervie aree interne e arriva sino alla costa che affaccia sull’Atlantico tra panorami ancestrali di montagne a picco sull’oceano. Nonostante il periodo estivo e la brezza marina, le cime sono spolverate dal bianco dei ghiacci perenni, un suggerimento della vicinanza di Vatnajökull, il ghiacciaio più grande d’Europa che domina gran parte della regione meridionale dell’isola, con una superficie due volte lo stato del Lussemburgo. I chilometri percorsi lungo la Hringvegur nella parte meridionale dell’isola, rivelano contrasti inaspettati: vasti delta di sabbia grigia alternano la luminosità delle imponenti lingue glaciali. Le loro sinuosità ci accompagnano sino alla laguna di Jökulsárlón dove la bellezza della natura incanta lo spettatore con i suoi colori freddi. Conosciuta come l’eden dei fotografi, in questo luogo il ghiacciaio s’immerge nell’acqua del mare creando numerosi iceberg che il vento modella con la sapienza di un artista creando delle forme fantastiche. Le tonalità cerulee incontrano il nero della sabbia per poi addentrarsi nelle torbide acque glaciali creando uno scenario unico e suggestivo.

Il viaggio prosegue verso la spiaggia nera di Vik, uno scenario al negativo, con onde bianche che esauriscono la loro furia nella battigia color pece. I faraglioni neri di Reynisdrangur che si stagliano come dita scheletriche di fronte alla costa sono un’attrattiva irrinunciabile per i turisti che nonostante la pioggia intermittente (è considerato il luogo più piovoso di tutta l’Islanda) e la poca luce anche durante il giorno, non rinunciano ad una foto ricordo. La piccola cittadina di Vik, la più a sud di tutta l’Islanda, riscalda le sue stupefacenti e tetre atmosfere con il calore e l’accoglienza delle casette variopinte della sua comunità che non supera i 300 abitanti.

Sostando tre giorni nella zona di Myrdal decidiamo di vedere tre tra le più belle cascate islandesi.

Il giro comincia da Skógafoss.

Immersa nel paesaggio verde del sud dell’Islanda, non lontano dalla cascata di Seljalandsfoss, Skógafoss riversa le abbondanti acque, provenienti dal ghiacciaio Mýrdals, da un salto di 62 m. Ad essa è legata la leggenda di Þrasi: si dice che chiunque si bagni nelle sue acque possa ritrovare un oggetto perduto e a lungo cercato.

Proseguiamo nel pomeriggio verso Seljalandfoss.

È la cascata più famosa d’Islanda. Ciò che la rende unica non è la sua portata d’acqua, ma la possibilità di poter passare dietro alla cascata e di ammirarla da un piccolo anfratto nella roccia.

Dopo aver visitato la parte meridionale dell’isola, la bussola punta verso nord-ovest in direzione dei fiordi occidentali, a un passo dalla Groenlandia. Le ruote scorrono lungo l’asfalto e tritano con forza lo sterrato sempre più ricorrente. Il percorso si adagia alla morfologia dell’area che ricorda una grande chela di granchio: l’Islanda sembra quasi volersi agganciare al Circolo Polare Artico. Si comincia a respirare l’essenza più selvaggia del paese, dove la sinfonia della terra, del vento e dell’acqua disegna le sue forme. Le vie percorribili ricamano i fiordi attraversando i passi montani sino a fiancheggiare il mare. La lentezza del tragitto è il giusto compromesso tra sicurezza e stupore: paesaggi mozzafiato ripagano ogni minuto traballante a bordo dell’auto. Solo in questi momenti è possibile capire che la calma è il segreto per un viaggio in Islanda, capace di rivelarci il meglio della natura circostante e assicurarci dai rischi. Una sfida anche per l’automobilista più impavido: strade sterrate e piene di buche seguono la costa tortuosa tra scogliere frastagliate, torrioni di pietra e macchie di tundra, come le penisole a forma di tridente che si estendono a sud ovest dei fiordi. Spiagge di sabbia finissima e dorata spiccano a contrasto delle scogliere color ebano come le Látrabjarg che si estendono per 12 chilometri lungo la costa con altezze che variano dai 40 ai 400 metri. Minuscoli villaggi puntellano di umanità queste lande desolate come il centro di Hornstrandir o il piccolo villaggio di pescatori di Bíldudalurappollaiato nel Arnarfjörður con vista mozzafiato sul fiordo.

Islanda, realtà a tratti immaginaria capace di trasformare anche la malinconia dei suoi spazi desolati e i toni freddi della sua natura in esperienze suggestive, quasi extraterrestri.
Questa è l’Islanda, un’isola capace di emozionare il viaggiatore grazie alla bellezza austera e al fascino unico ricco di contrasti e suggestioni lunari.

Casa & Famiglia: la mia su matrimonio, figli, Dio, libertà e altre cose poco importanti.

Negli ultimi dieci anni ho cambiato 3 nazioni, 5 città, diversi lavori, e innumerevoli case. Ho fallito 3 relazioni, a patto che una relazione finita debba per forza considerarsi un fallimento.
Mia madre, in compenso, ha smesso di chiedermi quando mi sposo e ogni volta che mi vede mi chiede: “Sei felice, ora?”.
I miei amici di una vita, quando mi incontrano per strada a Avezzano mi dicono: “Sei ad Avezzano.” Con un tono che non è ne’ una domanda, dato
che la riposta è auto-evidente, né uno statement che richieda un qualche approfondimento; ma più che altro una constatazione. Del tipo “Ah ok, sei qui. Brava.”
I miei vestiti sono sparsi per quattro case: quella di mia madre, quella di mio fratello, quella che ho preso a Parigi, e quella dell’anima pia di turno che decide di ospitarmi all’occorrenza a Roma o dovunque mi trovi in quel momento per lavoro.
Ogni tanto viaggio per cercare me stessa. Per fortuna non mi trovo mai.
Siccome tra le altre cose faccio un lavoro importante, le persone spesso chiedono la mia opinione su questo, o quest’altro argomento.
Quando famiglie senza casa occupano spazi sfitti da decenni, istintivamente mi ritrovo a pensare che sia giusto così, poi c’è sempre l’interlocutore di turno che mi dice che “la questione è molto più complicata di così”, e allo- ra io mi dico che sarebbe bello, però, se a volte le cose fossero più semplici, di così.
Quando mi chiedono se sono d’accordo sul matrimonio gay, mi viene subito da ridere all’idea che qualcuno pensi si debba avere un’opinione su una cosa del tutto inopinabile.
E’ come dire “Piove, sei d’accordo?”
Famiglia tradizionale? I miei genitori non sono insieme da che io ho ricordi. Non sono una di quelle che hanno avuto il “trauma del divorzio”, e mi è sembrato piuttosto normale quando entrambi si sono innamorati di altre persone.
La coerenza non è mai stata un mio problema, e diffido profondamente di chi dice “è una questione di principio” e professa coerenza a destra e manca.
Da grande mi vedo ancora appassionata del mio lavoro; sposata, con due figli, e una casa mia. Poi mi ricordo che sono grande. E un po’ mi viene da sorridere.
Il matrimonio lo vedo come una grande festa, con il karaoke stonato e la musica brutta, in cui dire al mondo intero che ho scelto la persona che ho scelto perché la amo, è la migliore per me, e voglio starci tutta la vita. Dietro deve esserci un filmino dove scorrono una serie di foto di dubbio gusto; gli amici stretti devono fare dei discorsi dove raccontano aneddoti ridicoli, dicono che siamo la coppia più bella del mondo, e ci augurano un sacco di felicità; nel frattempo si commuovono e ci commuoviamo anche noi.
Quando mi chiedono se credo in Dio, dico che non lo so se si chiama Dio; ma di sicuro qualcosa c’è. Non so se sia esattamente quello che penso, ma mi piace dirlo e mi pare suoni parecchio bene.
La vera libertà, per me, è la possibilità di scegliere. Chi essere, chi amare, dove vivere, cosa diventare. Chi ha una simile libertà è fortunato. E ha il dovere di tenerlo presente anche nei momenti, tanti, in cui tanta libertà fa paura. E deve tenerlo presente di fronte a chi lascia casa propria, perché tale scelta non ce l’ha, e ne cerca un’altra di casa: quella in cui essere libero.
Famiglia per me è quella di ieri, unita agli amici vecchi e nuovi, e a quella che un giorno costruirò.
Casa? Casa è dove sono io.

Perché le Isole Lofoten cambiano (un po’) la tua vita

L’Artico, il nord Europa, la Norvegia, meta ideale per chi nell’idea di nord geografico scorge qualcosa di più profondo e vasto, sono per tanti aspetti il midollo del viaggiatore, un mezzo immaginario per viaggiare oltre le linee di confine della realtà. Paesaggi vasti e di drammatico impatto, silenzi e vastità e poi la luce artica che pennella i colori del silenzio frusciando discreta ma irremovibile dall’anima – una luce quasi incomprensibile che ti ritrovi ad ammirare osservando le fotografie che porti come ricordo a casa.

Le Lofoten sono sette isole che formano l’arcipelago adagiato sul mar di Norvegia ben 300 km dentro il circolo polare artico. Qui gli spettacolari paesaggi primordiali sono la vita quotidiana di una discreta ma diffusa presenza umana che da almeno novemila anni trasforma queste montuose terre di mare in luoghi di vita e non solo grazie alla pesca ma anche per l’agricoltura dell’area di Leknes, tra le più fertili della Norvegia settentrionale.

Percorrendo la strada da Svolvaer a Eliassen Rorbuer, dove dal 1964, grazie a una signora chiamata Mary il dormitorio dei pescatori di merluzzo è diventato un luogo di accoglienza per viaggiatori curiosi: pensando al colpo di genio avuto da questa donna mezzo secolo fa, si può anche immaginare come era quella Norvegia ancora povera e non ancora sopraffatta dall’Eldorado dell’oro nero, il petrolio che nel 1972 fu scoperto nel Mare del Nord. Insomma, questa signora Mary doveva essere una visionaria: ma come non diventarlo, qui? Da qualche anno, peraltro, il villaggio è “meta” di una colonia di orche che ci hanno donato qualcosa di irripetibile, perché inatteso.

Le Lofoten vanno ben oltre l’idea di «attrazione turistica»: sono una delle rare possibilità ormai raggiungibili da tutti per ricalibrare l’idea del nostro rapporto con la Terra, della nostra presenza: anche qui ci sono coordinate geografiche, ma le isole sono come grandi vascelli del tempo primordiale in grado di portarci ovunque la nostra immaginazione sia capace di osare una meta da custodire per sempre, soprattutto quando, da fine aprile, la luce pervade le ventiquattro ore e offre opportunità in più per godere nel proprio momento di cime innevate, repentini cambi di scenario, remoti angoli dove impensabili spiagge caraibiche vengono bagnate da acque smeraldine ai piedi di imponenti massicci rocciosi, ammirati dalla tranquillità degli abitanti di questo luogo che dobbiamo immaginare consapevoli di tanta bellezza.