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Dal mondo reale al mondo virtuale.

Secondo una recente analisi socio-economica, l’era della realtà virtuale non è che all’inizio, ed è una scommessa su cui stanno investendo tutti i principali colossi, da Facebook alla Apple alla Sony; e che è destinata a cambiare radicalmente la nostra percezione della realtà.

“Non è che all’inizio”, penso mentre osservo la coppia seduta al tavolo di fronte a me, ciascuno testa china sull’iphone a scrollare compulsivamente la home di Instagram; e il ragazzino al tavolo accanto, Nintendo 3DS in mano, con la madre che ogni tanto gli schiaffa una forchettata in bocca senza che lui distolga lo sguardo dallo schermo. “Non è che all’inizio” penso, mentre la mia amica mi racconta che lui visualizza e non risponde su whatsapp, però continua a metterle like alle foto su Facebook “e che significa seconde te?”.

La sociologia ci dice che non è vero che con la secolarizzazione decresce l’indice di religiosità nelle persone, altrimenti non si spiegherebbe perché negli Stati Uniti non solo non diminuisce il numero di credenti, ma c’è la più elevata percentuale di persone che passa da una religione all’altra anche più di una volta nell’arco della vita, in una costante, inarrestabile, ricerca spirituale. Il consumo di droga aumenta vorticosamente ovunque, in tutte le fasce d’età, e sono di nuovo in voga gli allucinogeni, ammesso che fossero mai passati di moda. “Non è che all’inizio”. Perché la verità è che a noi, la realtà così com’è, non ci piace. Non ci è mai piaciuta. Non riusciamo a tollerarla (sfido io, non è mica facile). E allora ne costruiamo di nuove.

E non ci piacciamo molto neppure noi stessi. Anzi, nella maggior parte dei casi non ci piacciamo affatto. Prima tutt’al più si mentiva: sul proprio lavoro, sul proprio passato, sul proprio stipendio, si esagerava con il trucco, si esagerava con la palestra. Oggi esiste la possibilità di costruire avatar a nostra immagine e somiglianza, di spacciarsi per questo o per quello in centinaia di chat parallele. Ritoccare foto, tagliare, dimagrire, ingrandire, illuminare. Sempre tutti divertiti, splendenti, performanti. Con un numero di post gloriosi direttamente proporzionale a quanto è buio il periodo che si sta attraversando.

Così, la realtà virtuale diventa la risposta moderna alla costante ricerca dell’uomo di mondi altri. Un tempo l’evasione avveniva su un piano mistico/spirituale; oggi il mondo occidentale  -così come negli anni cinquanta ci rese tutti familiari con l’assioma democrazia=uguale libertà di scegliere tra dieci scatole di cereale e dieci marche di elettrodomestici diversi-  ci offre la libertà di scegliere tra centinaia di identità, realtà, corpi diversi. Se non ti piace il tuo aspetto, ne puoi costruire un altro a colpi di Photoshop e filtri lark; se non ti piace la tua vita, non devi per forza cambiare qualcosa dall’interno, puoi inventarne un’altra ad uso e consumo degli altri.

Distratti dalla retorica allarmistica dell’emergenza migratoria, non ci accorgiamo che è in atto un’altra, ben più pericolosa, migrazione: quella dal mondo reale verso quello virtuale.

Ed è ovvio che questo è soltanto un aspetto della rivoluzione virtuale, i cui effetti positivi sono sotto gli occhi di tutti. La rete offre strumenti ed occasioni di connessione irripetibili, il crescente processo di digitalizzazione ha trasformato il concetto di impresa rendendo possibile la realizzazione di idee e progetti che mai altrimenti avrebbero preso forma, sta progressivamente semplificando la fruizione di beni e servizi e i processi all’interno di pubbliche amministrazioni, banche e aziende – salvo cyber attacchi, si intende – per non parlare dell’estensione dell’accesso alle informazioni grazie a internet.

Negli ultimi anni, tuttavia, ho notato una pericolosa deriva del mondo intellettuale. Fino a qualche anno fa, in ambiente accademico, si parlava di diritti sociali, sistemi politici, forme di governo; oggi si parla di smart cities, google glass e intelligenza artificiale. Come accade con i vari trend, sono saliti tutti sul carro dell’innovazione, e se qualcuno si azzarda ad aprire una crepa in tanto entusiasmo, come è accaduto con Eco, Scalfari o Diamanti, viene immediatamente etichettato come simbolo di una generazione andata che, in virtù di un preteso ‘monopolio della conoscenza’, si ribella all’innovazione un po’ come gli amanuensi si ribellarono all’invenzione della tipografia,  la carta stampata alla televisione, e via dicendo.

Sarebbe bello, invece, se nell’epoca dell’elogio dell’informatizzazione -in cui la rete viene elevata a ‘santuario’ della democrazia diretta e partecipata, si potessero evidenziare i rischi della progressiva trasmigrazione da reale a virtuale al di fuori della cornice dicotomica, tipicamente italiana:  tecno-entusiasti vs nostalgici dei tempi andati.

La questione qui, non è se utilizzare le immense opportunità offerte dalla rete, ma come; e quale sia il limite ed i rischi di un sistema in cui la quantità, spesso, sostituisce la qualità degli stimoli.

Più importanti ancora, a mio avviso, le conseguenze sui rapporti umani. L’illusione generata dalla rete di essere sempre connessi, sempre insieme; ciascuno per conto proprio, lontano dagli altri, in un “non luogo” che non appartiene a nessuno; porta a relazioni dirette ma non empatiche, che alla lunga non fanno che renderci più soli. Comunichiamo senza la cognizione reale degli effetti che ciò che scriviamo hanno sull’altra persona, siamo autoreferenziali e diventa sempre più semplice mentire, lasciare frasi a metà, sparire e ricomparire in una strategia a somma zero che non ha vincitori né vinti. Protetti da troppi schermi che fanno da filtro alle nostre paure, si finisce senza rendersene conto per assumere comportamenti virtuali nel mondo reale, con il rischio di  non mettersi in gioco mai.

E questo spiega le relazioni che non escono mai dalle chat per affrontare la vita vera, l’incapacità di vivere il momento se non per mostrarlo all’esterno, di tollerare opinioni altrui perché la condivisione ha sostituito la discussione e gli sfoghi politico-sociali che non si trasformano mai in azioni concrete. Più, infatti, gli strumenti comunicativi diventano virtuali, immateriali; più si riduce il nostro contatto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità  di intervenire sulla realtà e modificarla. Nell’era del virtuale,  alla coscienza di classe, oramai démodé, va sostituita una “coscienza di luogo”. La necessità, cioè, di costruire tra coloro che vi abitano la consapevolezza di appartenere allo stesso territorio, che diventa spazio fisico di costruzione e progettualità dal quale non solo non bisogna prescindere,  ma da cui è fondamentale partire, prendendosi cura  dello spazio e delle relazioni, per dare forma alla realtà  come la vorremmo.

Uno strumento, quindi, non un fine il virtuale; che se serve a connettere, costruire, creare opportunità, ben venga. Non da eliminare, quindi, ma da utilizzare come ausilio alle relazioni dirette, agli spazi condivisi. Alla realtà reale. Alla vita vera. Di cui dobbiamo prenderci cura, ogni giorno, senza cedere a facili scappatoie.

“Vera!” mi richiama all’ordine la mia amica, “che significa secondo te?”

“Non lo so. Secondo te, siamo più felici?”

“Non lo so.”