Far Nord: Norvegia. Fiordi e montagne, villaggi di pescatori e colorate città, lo spettacolo delle Lofoten e la magia del sole di mezzanotte.

Viaggiare è la mia più grande passione, una vera ragione di vita. Viaggio appena ne ho l’occasione, non importa se vicino, lontano, lontanissimo, da sola, o con amici. Negli anni ho creato una mappa su cui annoto tutti i luoghi interessanti che scopro in internet, tv, libri o per sentito dire, e il mio sogno è che piano piano riuscirò a vederne, se non tutti, almeno la maggior parte.

Quella che vi sto per raccontare è la storia di come ho deciso di puntare la bussola verso Nord attraversando in auto tutta la Norvegia e respirando ogni angolo di essa tra fiordi, ghiacciai, foreste e vivaci città, fino alle meravigliose Isole Lofoten oltre il Circolo Polare Artico.

Totale del viaggio ben 4500km, sicuramente non pochi visto che in linea d’aria ne basterebbero meno per raggiungere Rio de Janeiro, Cape Town, Hong Kong o San Francisco. Ma qui non stiamo parlando di aria, stiamo parlando di alcune delle strade più belle e panoramiche d’Europa. In questo modo si riescono a percepire perfettamente i lenti mutamenti di paesaggio, vegetazione, architettura, tradizioni, lingue e cibi da una regione all’altra man mano che i chilometri vanno avanti.

Il programma di viaggio prevedeva in quindici giorni (due di viaggio, volo a/r) di arrivare a Capo Nord, dal paese di Tromso e poi di scendere fino a visitare gran parte delle isole Lofoten e rientrare a Oslo per tornare in Italia mezzo aereo. Dormire nelle casette più o meno dotate di bagno o cucina dei vari campeggi, debitamente prenotati in anticipo. Il tutto con le macchine prese a noleggio.

Durante il viaggio abbiamo percorso le strade della Norvegia rispettando sempre tassativamente i limiti di velocità.

Come dicevo la prima meta è  stata Capo Nord.

La prima tappa di avvicinamento dal campeggio di Tromso verso Alta, 300 km più a nord ci fa prendere un po’ mano con il paesaggio e la strada che varia spesso tra il seguire i continui e sinuosi fiordi ma anche il passaggio tra una valle e l’altra superando qualche altura per poi ritornare a livello del mare. Siamo costretti anche a prendere due traghetti per alcune piccole tratte da dove il paesaggio si osserva meglio ed è affascinante fotografare il tratto di mare, la collina e il più delle volte la montagna sullo sfondo con ancora le chiazze di neve ben visibili. Il tempo è bello, il sole scada gli animi.

Essendo un viaggio itinerante, ogni mattina bisognava ripartire con i propri bagagli e la cambusa, il tutto da ricaricare nelle macchine e spesso alla spicciolata, perché la strada de percorrere ogni giorno era lunga, ma le soste per fare la spesa, fare foto ad ogni angolo di paradiso che ci aspettava dietro ogni curva, imponevano di partire entro le 8, ma non sempre ci si riusciva!

La seconda tappa quindi prevedeva l’arrivo a Capo Nord, 240 km di macchina per arrivarci e di seguito un trekking di sei ore e 18 km per raggiungere l’estremità ancora più a nord della più conosciuta località dove sole la forza delle proprie gambe avrebbe portato a destinazione.

La suggestione di Capo Nord è comunque ineguagliabile, ma gli animi si potrebbero anche smorzare se si dovesse trovare magari nebbia o brutto tempo, da non vedere niente là sulla piattaforma rialzata con la sfera di metallo che rappresenta il mondo. Non è stato il nostro caso fortunatamente, il tempo è stato clemente con noi, a parte il vento che soffiava forte, ma il panorama ce lo siamo gustato tutto. Dopo l’entusiasmo e i soliti gadget degli stemmini con la calamita da acquistare nell’unico negozio di souvenir presente in loco alcuni di noi con buona lena iniziamo il trekking  per raggiungere Knivskjelodden il vero punto più settentrionale del continente. Di certo non è stata solo una passeggiata raggiungere l’estremità del promontorio , infatti solo alcuni sono arrivati per firmare il libro delle presenze, altri dopo 2 ore di cammino hanno fatto marcia indietro, altri non sono neanche partiti. Lode a quelli che hanno portato a termine l’impresa se pur con difficoltà ma con tanta soddisfazione.

La mattina del giorno dopo nuvole basse sui monti e una buona pioggerella rende i nostri scarponi lasciati fuori dalle casette del campeggio di Nordkapp decisamente inutilizzabili e così con le scarpe di ricambio asciutte si riparte con le nostre auto per il trasferimento fino alle Lofoten più a sud.

Prendiamo il traghetto a Melbu per arrivare definitivamente sulle isole Lofoten vere e proprie. Raggiungiamo Svlovaer situata su un porto, la città vive di turismo e di pesca del merluzzo. Qui alloggiamo in tipiche abitazioni di colore rosso. Piccole case o bungalow, il più delle volte situate vicino a un corso d’acqua o sulle rive del fiordo che riflettendosi appunto sull’acqua ne determinano una composizione fotografica che ai miei occhi non poteva certo scappare, e numerose solo state le occasioni per ottenere immagini a mio avviso accattivanti per i miei archivi, oltre naturalmente alle piccole imbarcazioni dei pescatori, gli scenari dei fiordi con quelle montagne non troppo elevate ancora a macchie coperte di neve.

Si riparte, in macchina sempre baciati dal sole, si dice che queste due giornate sulle isole Lofoten siano state le migliori in assoluto, per un’altra giornata di strabilianti paesaggi. Percorriamo tutte le isole finché la strada non finisce. E cioè fino al paese di A, proprio al punto più a sud , non senza continue soste. La prima per visitare il paesino di Henningsvær, incantevole centro di pescatori diviso a metà dal fiume e con le casette rosse.

Ancora una deviazione al paesino di Reine, un concentrato di casette rosse a palafitta sulle rive del fiordo, che il sole del pomeriggio rende incantevole non poteva essere tralasciato assolutamente. Da lì ad A sono veramente pochi chilometri e posteggiamo proprio dove la strada finisce. Procediamo a piedi lungo il sentiero e subito si aprono davanti a noi lo scenario delle rocce a strapiombo e alcune aree verdi, dove ci riposiamo osservando il paesaggio e fotografando quelle rocce così belle con l’acqua che si staglia contro a ogni onda del mare. 

Ripartiamo di buon mattino, ripercorrendo i sette ripidi tornanti, ripassiamo ad Aurland e imbocchiamo la galleria che ci permette di raggiungere Flam. Guardiamo il ridente paesino con un cielo terso e il sole caldo e notiamo tra le montagne una spettacolare cascata. Alcune casette di legno colorate ravvivano il bellissimo paesaggio immerso tra montagne e foreste.Un gruppo di mufloni al pascolo ci saluta e camminando sulla stradina sterrata troviamo il sentiero che si inerpica sul monte della cascata. Quaranta minuti di piacevole cammino e raggiungiamo un punto con vista panoramica sul fiordo di Flam e vediamo partire, giù nella valle, il trenino della Flamsbana. Ammiriamo l’imponente cascata su cui splende un bellissimo arcobaleno. Si sente, da lontano, il suono della sirena della nave da crociera ormeggiata nel fiordo. Scattiamo foto meravigliose e ritornati alla nostra auto riprendiamo il percorso.Poco prima di raggiungere il paesino di Voss incontriamo un’altra spettacolare cascata: parcheggiamo l’auto e la ammiriamo,dissetandoci con la sua acqua purissima. La giornata è calda: 28° e nemmeno una nuvola: Come si suol dire “ il sole bacia i belli”.

Dopo qualche difficoltà ad orientarci nel labirinto di strade e tunnel che circondano Bergen, raggiungiamo il centro città e parcheggiamo l’auto. Ci addentriamo nel caratteristico quartiere di Bryggen,considerato patrimonio dell’UNESCO, con le sue splendide case romantiche in legno colorate, decorate con fiori e lanterne. Camminiamo, ammirando anche i negozietti e i caratteristici pub. Raggiungiamo il famoso mercato del pesce, in centro, aperto 7 giorni su 7 dove troneggiano sulle bancarelle freschi salmoni, merluzzi e aringhe e dove puoi assaggiare panini ripieni di salmone e gamberetti freschi. Visitiamo il duomo di Bergen, dedicato a San Giovanni, assistendo ad un matrimonio celebrato dal pastore luterano. Pranziamo in un ristorantino del centro e nel pomeriggio visitiamo la città universitaria di Bergen, in cui tante bellissime ragazze norvegesi prendono il caffè nel bar universitario. Ritorniamo in centro e andiamo a visitare il castello di Bergen affacciato sul mare, dove sono ormeggiate tante bellissime navi da crociera come la Costa Romantica e la famosa nave norvegese Hurtygruten, che parte da Bergen e fa il giro di tutti i fiordi fino a Capo Nord, impiegando 11 giorni. In serata in piazza a Bergen assistiamo al concerto dell’orchestra sinfonica di Bergen che ci fa emozionare suonando “Il Mattino” di Grieg, musicista nativo di questa città. E’ ormai tardi e non riusciamo a prendere la funicolare che porta sulle alture di Bergen da cui si può ammirare la città al tramonto e fare passeggiate nei boschi ma siamo soddisfatti di quanto ammirato e del bellissimo concerto di musica sinfonica.

Il mattino seguente ci alziamo di buon’ora e ci rimettiamo in macchina. Direzione Preikestolen. Passando per Stavanger, una cittadina piuttosto grande comparata ai centri finora visitati e, forse a causa del tempo uggioso, un po’ anonima, non facciamo soste e decidiamo di prendere direttamente il traghetto per Tau. Sbarcati a Tau, seguiamo le indicazioni che conducono al parcheggio del Preikestolen. Da qui il viaggio prosegue a piedi verso la famosa roccia sporgente la cui fotografia senz’altro compare su tutti i cataloghi riguardanti i fiordi norvegesi. Il percorso presenta dei tratti piuttosto ripidi e rocciosi (consiglio scarponcini da trekking) ma se si è allenati quel tanto che basta, si raggiunge la meta, “il pulpito di roccia” (roccia a picco sul fiordo chiamata così per la sua conformazione) in circa 2 ore – 2 ore e mezza. Benché il sole faccia capolino a sprazzi, il percorso ci regala degli scorci molto suggestivi, soprattutto nell’ultimo tratto, e una volta arrivati in cima, godiamo di un paesaggio senza eguali con vista sul Lysefjord e siamo contenti di essere fra i primi a raggiungere il bordo del pulpito, da cui ci sporgiamo piano piano, 600 metri di strapiombo fanno venire le vertigini a chiunque! In poco tempo la roccia si riempie di turisti e norvegesi che corrono lungo il tragitto, raggiungono la cima e poi tornano indietro. Consumiamo un pranzo al sacco seduti di fronte al magnifico paesaggio di fronte a un laghetto incorniciato dalle montagne circostanti.

Il dodicesimo giorno andiamo alla scoperta di Alesund. La cittadina è da cartolina e gli edifici art decò conferiscono al luogo un fascino molto particolare. Passeggiamo piacevolmente sul molo e quindi per le vie della città e trai suoi edifici, tra cui la particolare chiesa parrocchiale. Di particolare fascino il panorama che si gode dall’Aksla, un punto panoramico sulla collina raggiungibile in meno di 15 minuti e che offre una vista che spazia su tutta la città. Prima di pranzo ci rimettiamo in auto per dirigerci verso la meta finale di oggi: Trondheim. Per motivi di tempo decidiamo di tagliare il passaggio per la Trollstigen Route, una spettacolare strada di montagna, per passare invece per l’Atlanterhasveien, la strada dell’Oceano Atlantico. Dopo aver preso un traghetto per arrivare a Molde e aver mangiato una veloce pizza per placare i morsi della fame, arriviamo a Bud da cui parte la strada sull’Atlantico che, attraverso i numerosi ponti tra diversi isolette, ci porta fino a Kristiansund: la strada è certamente bella, ma forse ci aspettavamo qualcosa di meglio.  Continuiamo quindi la nostra lunga marcia verso Trondheim dove arriviamo alle 19:30.

Partiamo dall’aeroporto di Trondheim in direzione Oslo il tredicesimo giorno dopo ed arriviamo all’ora di pranzo.

Dopo un rapido panino iniziamo la nostra esplorazione della capitale: siamo vicini al Palazzo Reale, in stile neoclassico, da dove inizia Karl Joaus Gate, la via attorno cui si articola tutto il centro.

Vediamo il Parlamento a mattoni gialli (Stortinget) e la cattedrale, non esaltante. Ci dirigiamo quindi verso il Municipio (Radhus), in stile funzionalista, con due torri gemelle: non bello ma particolare. Il nostro giro continua quindi con l’Akershus Castle & Forteess, la cui attrattiva maggiore è la bella vista sul porto. Facciamo una girata, che merita, per l’Aker Bryggen, il vecchio cantiere navale completamente trasformato negli ultimi anni ed ora ricco di locali alla moda e ristoranti. Visitiamo nel pomeriggio il museo delle navi vichinghe per rientrare in serata in hotel. L’idea complessiva che comunque lascia Oslo è di una città al passo con i tempi, estremamente attiva e dinamica, con numerose iniziative e lavori per valorizzare il suo patrimonio artistico e culturale.

Rientro in Italia con ancora negli occhi le immagini di questa vacanza. Un sogno di viaggio che per me rappresenta un nuovo inizio. Le emozioni vissute qui le porterò sempre nel mio bagaglio preferito, quello dei ricordi.

Grazie, Norvegia. Ci rivediamo con l’aurora boreale.

 

Dal mondo reale al mondo virtuale.

Secondo una recente analisi socio-economica, l’era della realtà virtuale non è che all’inizio, ed è una scommessa su cui stanno investendo tutti i principali colossi, da Facebook alla Apple alla Sony; e che è destinata a cambiare radicalmente la nostra percezione della realtà.

“Non è che all’inizio”, penso mentre osservo la coppia seduta al tavolo di fronte a me, ciascuno testa china sull’iphone a scrollare compulsivamente la home di Instagram; e il ragazzino al tavolo accanto, Nintendo 3DS in mano, con la madre che ogni tanto gli schiaffa una forchettata in bocca senza che lui distolga lo sguardo dallo schermo. “Non è che all’inizio” penso, mentre la mia amica mi racconta che lui visualizza e non risponde su whatsapp, però continua a metterle like alle foto su Facebook “e che significa seconde te?”.

La sociologia ci dice che non è vero che con la secolarizzazione decresce l’indice di religiosità nelle persone, altrimenti non si spiegherebbe perché negli Stati Uniti non solo non diminuisce il numero di credenti, ma c’è la più elevata percentuale di persone che passa da una religione all’altra anche più di una volta nell’arco della vita, in una costante, inarrestabile, ricerca spirituale. Il consumo di droga aumenta vorticosamente ovunque, in tutte le fasce d’età, e sono di nuovo in voga gli allucinogeni, ammesso che fossero mai passati di moda. “Non è che all’inizio”. Perché la verità è che a noi, la realtà così com’è, non ci piace. Non ci è mai piaciuta. Non riusciamo a tollerarla (sfido io, non è mica facile). E allora ne costruiamo di nuove.

E non ci piacciamo molto neppure noi stessi. Anzi, nella maggior parte dei casi non ci piacciamo affatto. Prima tutt’al più si mentiva: sul proprio lavoro, sul proprio passato, sul proprio stipendio, si esagerava con il trucco, si esagerava con la palestra. Oggi esiste la possibilità di costruire avatar a nostra immagine e somiglianza, di spacciarsi per questo o per quello in centinaia di chat parallele. Ritoccare foto, tagliare, dimagrire, ingrandire, illuminare. Sempre tutti divertiti, splendenti, performanti. Con un numero di post gloriosi direttamente proporzionale a quanto è buio il periodo che si sta attraversando.

Così, la realtà virtuale diventa la risposta moderna alla costante ricerca dell’uomo di mondi altri. Un tempo l’evasione avveniva su un piano mistico/spirituale; oggi il mondo occidentale  -così come negli anni cinquanta ci rese tutti familiari con l’assioma democrazia=uguale libertà di scegliere tra dieci scatole di cereale e dieci marche di elettrodomestici diversi-  ci offre la libertà di scegliere tra centinaia di identità, realtà, corpi diversi. Se non ti piace il tuo aspetto, ne puoi costruire un altro a colpi di Photoshop e filtri lark; se non ti piace la tua vita, non devi per forza cambiare qualcosa dall’interno, puoi inventarne un’altra ad uso e consumo degli altri.

Distratti dalla retorica allarmistica dell’emergenza migratoria, non ci accorgiamo che è in atto un’altra, ben più pericolosa, migrazione: quella dal mondo reale verso quello virtuale.

Ed è ovvio che questo è soltanto un aspetto della rivoluzione virtuale, i cui effetti positivi sono sotto gli occhi di tutti. La rete offre strumenti ed occasioni di connessione irripetibili, il crescente processo di digitalizzazione ha trasformato il concetto di impresa rendendo possibile la realizzazione di idee e progetti che mai altrimenti avrebbero preso forma, sta progressivamente semplificando la fruizione di beni e servizi e i processi all’interno di pubbliche amministrazioni, banche e aziende – salvo cyber attacchi, si intende – per non parlare dell’estensione dell’accesso alle informazioni grazie a internet.

Negli ultimi anni, tuttavia, ho notato una pericolosa deriva del mondo intellettuale. Fino a qualche anno fa, in ambiente accademico, si parlava di diritti sociali, sistemi politici, forme di governo; oggi si parla di smart cities, google glass e intelligenza artificiale. Come accade con i vari trend, sono saliti tutti sul carro dell’innovazione, e se qualcuno si azzarda ad aprire una crepa in tanto entusiasmo, come è accaduto con Eco, Scalfari o Diamanti, viene immediatamente etichettato come simbolo di una generazione andata che, in virtù di un preteso ‘monopolio della conoscenza’, si ribella all’innovazione un po’ come gli amanuensi si ribellarono all’invenzione della tipografia,  la carta stampata alla televisione, e via dicendo.

Sarebbe bello, invece, se nell’epoca dell’elogio dell’informatizzazione -in cui la rete viene elevata a ‘santuario’ della democrazia diretta e partecipata, si potessero evidenziare i rischi della progressiva trasmigrazione da reale a virtuale al di fuori della cornice dicotomica, tipicamente italiana:  tecno-entusiasti vs nostalgici dei tempi andati.

La questione qui, non è se utilizzare le immense opportunità offerte dalla rete, ma come; e quale sia il limite ed i rischi di un sistema in cui la quantità, spesso, sostituisce la qualità degli stimoli.

Più importanti ancora, a mio avviso, le conseguenze sui rapporti umani. L’illusione generata dalla rete di essere sempre connessi, sempre insieme; ciascuno per conto proprio, lontano dagli altri, in un “non luogo” che non appartiene a nessuno; porta a relazioni dirette ma non empatiche, che alla lunga non fanno che renderci più soli. Comunichiamo senza la cognizione reale degli effetti che ciò che scriviamo hanno sull’altra persona, siamo autoreferenziali e diventa sempre più semplice mentire, lasciare frasi a metà, sparire e ricomparire in una strategia a somma zero che non ha vincitori né vinti. Protetti da troppi schermi che fanno da filtro alle nostre paure, si finisce senza rendersene conto per assumere comportamenti virtuali nel mondo reale, con il rischio di  non mettersi in gioco mai.

E questo spiega le relazioni che non escono mai dalle chat per affrontare la vita vera, l’incapacità di vivere il momento se non per mostrarlo all’esterno, di tollerare opinioni altrui perché la condivisione ha sostituito la discussione e gli sfoghi politico-sociali che non si trasformano mai in azioni concrete. Più, infatti, gli strumenti comunicativi diventano virtuali, immateriali; più si riduce il nostro contatto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità  di intervenire sulla realtà e modificarla. Nell’era del virtuale,  alla coscienza di classe, oramai démodé, va sostituita una “coscienza di luogo”. La necessità, cioè, di costruire tra coloro che vi abitano la consapevolezza di appartenere allo stesso territorio, che diventa spazio fisico di costruzione e progettualità dal quale non solo non bisogna prescindere,  ma da cui è fondamentale partire, prendendosi cura  dello spazio e delle relazioni, per dare forma alla realtà  come la vorremmo.

Uno strumento, quindi, non un fine il virtuale; che se serve a connettere, costruire, creare opportunità, ben venga. Non da eliminare, quindi, ma da utilizzare come ausilio alle relazioni dirette, agli spazi condivisi. Alla realtà reale. Alla vita vera. Di cui dobbiamo prenderci cura, ogni giorno, senza cedere a facili scappatoie.

“Vera!” mi richiama all’ordine la mia amica, “che significa secondo te?”

“Non lo so. Secondo te, siamo più felici?”

“Non lo so.”