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Thailandia, la terra del sorriso.

 

Scrivere è sempre stato semplice e liberatorio per me, anche prima di avere un blog.

Ma al ritorno dalla Thailandia, non faccio altro che rimandare questo arduo compito.

Non si tratta del famoso blocco dello scrittore (anche perché io non sono una scrittrice).

Il “dilemma” è che la Thailandia mi ha dato tanto, talmente tanto da farmi sentire come un fiume in piena le cui acque si riversano ovunque. Così non riesco ancora a gestire il vortice di sensazioni provate in questa terra di contrasti.

Non posso dire che questo viaggio mi ha reso una persona diversa, ma sicuramente ha avviato in me un processo di cambiamento interiore.

D’altronde è necessario ridimensionarsi un tantino per avvicinarsi seriamente alla cultura asiatica, così lontana dalle nostre abitudini occidentali.

La prima cosa che mi è stata chiesta appena arrivata a Bangkok? Togliermi le scarpe.

Niente di più semplice per me, che da sempre odio ricevere in regalo pantofole perché puntualmente le faccio finire “in punizione” nell’armadio. I miei piedi amano camminare liberi perché  i propriocettori hanno bisogno di sentire quel che toccano senza intermediari di tessuto.

Mi piace sentire sotto i piedi il pavimento freddo, la sabbia bagnata, gli scogli cocenti per il sole.

Ma in Asia le condizioni igieniche non sono quelle italiane e ci siamo accorte che camminare scalzi non è così semplice (specialmente provando invano a fare uno slalom tra le feci dei piccioni davanti al Buddha di Koh Samui).

I piedi sono considerati la parte impura del corpo e mi piace immaginare che è per questo che vengono mandati in avanscoperta, così che possano trasmettere all’anima quello che sentono.

Perché è proprio così che si vive la Thailandia: a piedi nudi e a cuore scalzo.

E magari anche con i piedi sopra il cuore, come dice Max Gazzè.

La prima grande emozione l’abbiamo sperimentata il secondo giorno a Bangkok, quando inaspettatamente abbiamo ricevuto la benedizione del monaco buddista.

Avere per la prima volta a pochi cm da me un monaco dalle vesti arancio brillante e riuscire persino a rubargli pochi minuti della sua giornata è stata un’emozione indescrivibile.

I monaci trasmettono una quiete inaudita, eppure sono certa che perderebbero gran parte del loro influsso positivo se sradicati dal loro “habitat” naturale per portarli in Occidente. E non solo per una questione religiosa.

Provate ad entrare in un tempio buddista. Vi accorgerete di aver lasciato fuori (insieme alle scarpe) ansie, problemi e preoccupazioni.

Vi accorgerete di essere a cuore scalzo: completamente vulnerabili e incredibilmente sereni, pronti a pregare o semplicemente a provare sincero stupore.

Questo è capitato a me, occidentale battezzata e al tempo stesso affascinata all’inverosimile dalla cultura buddista.

La serenità non è solo nei templi: è in tutta la Thailandia.

Fiori di loto, orchidee, passanti, commercianti, tassisti.. tutto sembra sorridere nonostante la povertà.

Non ho mai visto nessuno litigare o sgomitare per andare di fretta.

E allora mi chiedo perché in occidente la felicità sembra un lusso che nemmeno i ricchi riescono a concedersi?

Ci nascondiamo dietro il fantasma della crisi economica, ma la vera crisi è della società.

Troppe scadenze, troppo egocentrismo, pochi veri sorrisi, poco dialogo, poca condivisione.

Siamo sempre pronti a puntare il dito per accusare l’altro e mai a lavorare su noi stessi.

Oggi, a pochi mesi dal ritorno, avverto una morsa allo stomaco, una strana sensazione mai provata prima: sento che una parte di me è rimasta fortemente ancorata all’Asia.

Non sono tanto le spiagge meravigliose e i paesaggi esotici ad avermi rapito, quanto quella cultura così ricca di contrasti che stavo imparando a conoscere.

In Thailandia ho scoperto che anche chi non ha nulla è capace di offrirti il suo aiuto senza voler qualcosa in cambio, neppure una piccola mancia. Ho scoperto che la condivisione è fondamentale e condividere fa star bene.

Ho scoperto che passare una giornata con Shanti, una bimba thailandese, comunicare esclusivamente col linguaggio degli occhi e vederla sorridere è il ricordo più prezioso che ho portato a casa.

Ho scoperto che guardando una sua foto sul desktop mi posso emozionare così tanto da arrivare a piangere.

Ma io non faccio testo: piango sempre quando mi sorride il cuore.

E ho capito che un bambino cui basta pochissimo per sorridere può racchiudere il segreto della felicità.

Per la prima volta ho preso sul serio un popolare aforisma divenuto ormai un clichè:
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

Adesso sì che ci credo!

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